Ivo Andrić donò il denaro del Nobel per la letteratura a biblioteche e iniziative di interesse pubblico, pur essendo noto per la sua estrema parsimonia nella vita quotidiana. Lo scrittore, che si definiva jugoslavo, vinse il premio nel 1961: la sua identità nazionale è ancora oggi al centro di un dibattito tra le culture serba, croata e bosniaca.
La motivazione del Nobel
La motivazione del Nobel mise in risalto la forza epica con cui Andrić aveva raccontato temi e destini umani ispirati alla storia del suo Paese. Nel consegnargli il riconoscimento, Anders Österling, allora segretario dell’Accademia svedese, disse: «Per l’Accademia svedese è stato un grande piacere premiare con lei un rappresentante di un’area linguistica finora mai rappresentata tra i vincitori del premio. Con i migliori auguri, le chiediamo di accettare l’onorificenza dalle mani di Sua Maestà il Re».
Il premio gli fruttò 250.232 corone svedesi, pari all’epoca a circa 32 milioni di dinari jugoslavi e oggi a circa 331.500 euro. Gli attuali vincitori del Nobel per la letteratura ricevono invece 12 milioni di corone svedesi, poco più di 1,06 milioni di euro.
Il denaro donato alle biblioteche
Andrić destinò metà della somma alla ricostruzione e allo sviluppo delle biblioteche popolari in Bosnia-Erzegovina, con l’obiettivo di portare alfabetizzazione e cultura a ogni bambino e in ogni piccola comunità. In seguito donò anche l’altra metà, seguendo una filosofia che, secondo il portale serbo Blic, riassumeva così: «Si diventa ricchi solo quando si aiuta un’altra persona».
L’annuncio della vittoria
Quando fu annunciata la vittoria, amici, giornalisti e numerosi esponenti della cultura e della vita pubblica si presentarono a casa sua per congratularsi. Andrić ricordò in seguito: «Quando tornai dalla mia passeggiata quotidiana, mi aspettava una grande sorpresa inaspettata: due giovani giornalisti mi fermarono e si congratularono con me. Non riuscivo a crederci. Mi dissero: “Sali e basta. L’appartamento è pieno di giornalisti”».
Il Nobel gli fu assegnato per l’intera opera letteraria, non per un singolo libro. Tra i suoi romanzi più celebri c’è Il ponte sulla Drina (Na Drini ćuprija), pubblicato per la prima volta nel marzo 1945 a Belgrado dalla casa editrice Prosveta.

La parsimonia nella vita quotidiana
Dopo l’annuncio, il gruppo andò a festeggiare al ristorante. Gli ospiti ordinarono bevande e stuzzichini, ma quando arrivò il conto il cameriere lo presentò ad Andrić. «Io ho preso solo un’acqua minerale», rispose lo scrittore. Gli altri, indignati, finirono per dividersi la spesa, racconta il portale serbo Mondo.
L’episodio si inserisce in una serie di aneddoti sul rapporto di Andrić con il denaro, tramandati per decenni negli ambienti culturali di Belgrado. Cresciuto in estrema povertà e vissuto attraverso due guerre mondiali, era parsimonioso, secondo i contemporanei, non per avarizia, ma per una profonda paura dell’impotenza e della privazione. Per anni indossò lo stesso abito, che spazzolava con cura, e nei caffè lasciava come mancia soltanto le monete rimaste sul vassoio.
La generosità e le rinunce
La sua attenzione alle spese personali conviveva però con la generosità verso cause collettive. Dopo la morte della moglie, donò alla sorella di lei la casa che la moglie aveva fatto costruire.
Andrić rifiutò anche un appartamento più grande e una casa indipendente che gli erano stati offerti. «Ultimamente mi offrono un appartamento più grande o una casa indipendente, ma ho rifiutato ostinatamente. Ho detto: “Qui sto meglio; una villa tutta mia sarebbe in linea con quel proverbio popolare: nuova stalla, vecchio bestiame”», riferisce ancora Blic.

