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Sindrome K: la malattia inventata che salvò decine di ebrei

All’ospedale Fatebenefratelli di Roma, i medici Giovanni Borromeo, Vittorio Sacerdoti e Adriano Ossicini usarono una falsa diagnosi per tenere lontani i nazisti.

Sindrome K: la malattia inventata che salvò decine di ebrei

Una malattia inventata, descritta come contagiosa e mortale, bastò a tenere lontani i soldati nazisti e a proteggere decine di ebrei in fuga. La chiamarono «sindrome K»: non esisteva, ma i medici di un ospedale di Roma la usarono come copertura durante l’occupazione tedesca.

La persecuzione degli ebrei in Italia

Il regime fascista di Benito Mussolini aveva limitato pesantemente i diritti degli ebrei italiani. Prima dell’occupazione tedesca, però, non si erano verificate deportazioni o esecuzioni su vasta scala. La situazione precipitò dal settembre 1943, quando il governo guidato da Mussolini, ormai considerato soprattutto un fantoccio dei tedeschi, ordinò l’arresto degli ebrei italiani e la loro deportazione nei campi di concentramento dell’Europa centrale e centro-orientale. Secondo le stime, fino al marzo 1945 furono rastrellati e deportati circa 10.000 ebrei; soltanto un migliaio circa tornò a casa dopo la guerra.

Il rifugio al Fatebenefratelli

Il 13 ottobre 1943 un reparto nazista rastrellò il ghetto ebraico di Roma. A poche centinaia di metri, su una piccola isola del Tevere, si trovava l’ospedale Fatebenefratelli, gestito da un ordine religioso e diretto da Giovanni Borromeo. Oppositore del fascismo, Borromeo aveva già aiutato gli ebrei colpiti dalle leggi razziali: tra gli altri, aveva assunto con documenti falsi Vittorio Sacerdoti, licenziato dal precedente impiego a causa della sua religione. Nel seminterrato dell’ospedale gestiva anche una ricetrasmittente, con cui comunicava con gruppi della Resistenza. La struttura godeva di uno status speciale, sotto la protezione del Vaticano, che le garantiva una certa libertà.

Quando cominciò il rastrellamento, l’ospedale aprì le porte ai fuggiaschi. Borromeo sapeva però che i nazisti avrebbero potuto arrivare anche lì. Sacerdoti e il medico Adriano Ossicini escogitarono allora un piano: dichiarare che tutti i profughi accolti quel giorno erano pazienti affetti dalla sindrome K, una malattia immaginaria, molto contagiosa e mortale.

Giovanni Borromeo – Fonte: Espresso Media International
Giovanni Borromeo – Fonte: Espresso Media International

Il nome della sindrome K

Anche il nome era una provocazione contro i nazisti. Ossicini scelse la lettera K per richiamare Albert Kesselring, comandante delle truppe naziste a Roma, e Herbert Kappler, capo delle organizzazioni di sicurezza tedesche nella città. Kappler, in seguito a capo della polizia di Roma, diresse anche un massacro nell’ambito di un’azione di rappresaglia. Secondo un’altra teoria, la K rimandava a Robert Koch, il microbiologo tedesco che identificò il batterio responsabile della tubercolosi.

La messinscena per ingannare i nazisti

Poiché la tisi era piuttosto conosciuta in Italia, i medici inventarono sintomi simili a quelli della tubercolosi e prepararono i profughi a recitare la parte. Allestirono un reparto separato per i presunti malati e ordinarono loro di simulare violenti colpi di tosse se un soldato si fosse avvicinato. Li collegarono inoltre a macchinari e disposero nelle vicinanze strumenti medici e medicinali.

Ai soldati in arrivo i medici descrissero la sindrome K come una malattia neurologica estremamente contagiosa, capace di provocare convulsioni e paralisi e di condurre alla morte. Il piano funzionò: i nazisti non vollero avvicinarsi e non entrarono nell’edificio. «I nazisti pensavano che fosse cancro o tubercolosi e scappavano come conigli», ricordò Sacerdoti nel 2004.

Sacerdoti nel laboratorio dell’ospedale nel 1942 – Fonte: Espresso Media International
Sacerdoti nel laboratorio dell’ospedale nel 1942 – Fonte: Espresso Media International

La fuga e la liberazione di Roma

Dopo la partenza dei soldati, i medici capirono che la protezione non sarebbe durata e che i rifugiati non potevano restare in ospedale. Con l’aiuto dei frati dell’ordine che gestiva la struttura, trovarono altri nascondigli. Dichiararono i profughi morti, procurarono loro documenti falsi e riuscirono a sistemare altrove decine di persone.

Nel maggio 1944, quando non fu più possibile impedire alle unità arrivate per il rastrellamento di entrare nell’ospedale, vi trovarono soltanto cinque ebrei polacchi. Anche loro sopravvissero: un mese dopo, con la liberazione di Roma, furono lasciati liberi. Nel rastrellamento del 16 ottobre 1943 dal ghetto ebraico erano state deportate circa mille persone, perlopiù ad Auschwitz; solo una manciata fece ritorno.

Quante persone furono salvate

Le stime sul numero di persone salvate grazie alla sindrome K non concordano. Nel 2004 Sacerdoti parlò di 45 persone, mentre altre valutazioni indicano cifre comprese tra 25 e 100. È certo che chi riuscì a entrare nell’ospedale evitò i campi di sterminio.

Il riconoscimento a Borromeo e all’ospedale

Per il suo coraggio Borromeo ricevette più volte onorificenze dal governo italiano. Decenni dopo la sua morte, l’Istituto Yad Vashem gli conferì postumo il titolo di Giusto tra le Nazioni, assegnato a persone non ebree che durante l’Olocausto salvarono ebrei mettendo a rischio la propria vita. Nel 2016 anche l’ospedale fu premiato: la Fondazione Internazionale Raoul Wallenberg gli attribuì il titolo di Casa della Vita.

Fonte: telex.hu

  • Pubblicato28 Ottobre 2026