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Le 10 serie più influenti del XXI secolo secondo chi le crea

Il New York Times ha chiesto a 516 professionisti della televisione di scegliere i titoli più importanti. In classifica «Breaking Bad» è prima, mentre «I Soprano» resta fuori perché debuttò nel 1999.

Le 10 serie più influenti del XXI secolo secondo chi le crea

Una classifica delle serie più influenti del XXI secolo, costruita chiedendo un parere a chi lavora nella televisione anziché affidarsi soltanto ai voti della critica o del pubblico: è l’iniziativa del New York Times, che ha selezionato i 100 titoli che hanno lasciato il segno più profondo. A riferirlo è Danas.

Al sondaggio hanno partecipato 516 professionisti, tra attori, sceneggiatori, produttori, autori di serie e altri addetti ai lavori, compresi noti creatori televisivi e interpreti. Ciascuno poteva indicare fino a dieci titoli, senza restrizioni sul genere o sul Paese d’origine.

La selezione comprende fiction, animazione, documentari, reality, programmi e altri contenuti televisivi, purché composti da più episodi e trasmessi per la prima volta dal 1° gennaio 2000 in poi. Per questo non figura «I Soprano»: nonostante la sua enorme influenza sulla televisione contemporanea, la serie aveva debuttato nel 1999.

Le prime tre serie in classifica

In vetta c’è «Breaking Bad» (2008–2013), la storia di Walter White, insegnante di chimica che, dopo aver scoperto di avere un cancro, inizia a produrre metanfetamina con l’ex allievo Jesse Pinkman. Quello che sembra dapprima un tentativo disperato di garantire un futuro economico alla famiglia diventa una vicenda di ambizione, potere e progressivo declino morale.

La serie segue la trasformazione di Walter: da uomo convinto di non avere alternative a criminale sempre più spietato. Le interpretazioni di Bryan Cranston e Aaron Paul danno alla storia un forte nucleo emotivo; la tensione, costruita con attenzione, e le conseguenze delle scelte dei personaggi fanno apparire ogni nuova decisione come un possibile punto di non ritorno. Conclusa nel 2013, «Breaking Bad» ha continuato a esercitare la propria influenza anche attraverso «Better Call Saul», anch’essa presente nella classifica. Il primo posto del New York Times conferma la rilevanza del crime drama a oltre un decennio dalla fine.

Al secondo posto si trova «The Wire» (2002–2008), ambientata a Baltimora e incentrata sulla criminalità, ma non soltanto sulle indagini della polizia e sul traffico di droga. La serie si sposta tra scuole, politica, sindacati, media e istituzioni, mostrando come questi ambiti contribuiscano a plasmare la vita della città.

I personaggi non sono divisi semplicemente tra buoni e cattivi: spesso cercano di agire nel modo giusto, ma si scontrano con burocrazia, corruzione e interessi personali. Ogni stagione mette a fuoco un diverso settore della società e, nel complesso, compone il ritratto di una città in cui le vicende individuali sono legate ai problemi delle istituzioni. «The Wire» è apprezzata per il realismo con cui racconta la vita urbana e per aver mostrato la criminalità anche attraverso le condizioni che permettono agli stessi problemi di ripetersi.

Il terzo posto è di «Mad Men» (2007–2015), che porta lo spettatore nel mondo della pubblicità a New York negli anni Sessanta. Il protagonista, Don Draper, è un creativo di talento il cui successo professionale convive con insicurezze, segreti e relazioni complicate.

Pur essendo ambientata nel passato, la serie affronta temi ancora attuali: identità, ambizione, ruoli di genere, differenze di classe e costo del successo. Gli uffici delle agenzie pubblicitarie diventano uno specchio dei cambiamenti della società americana e della lentezza con cui si superano i vecchi pregiudizi. «Mad Men» è nota anche per la ricostruzione accurata dell’epoca, dai costumi agli interni, fino al linguaggio e ai comportamenti dei personaggi. Dietro l’eleganza, però, c’è la storia di persone che vendono sogni agli altri senza sapere sempre che cosa desiderano per sé.

Dal quarto al sesto posto

Al quarto posto c’è «Succession» (2018–2023), dramma familiare sulla famiglia Roy, proprietaria di un enorme impero mediatico. I suoi membri si contendono il controllo dell’azienda e il favore del patriarca, l’anziano Logan Roy.

La ricchezza e il potere sono solo una parte della storia: al centro ci sono anche i rapporti familiari, la rivalità e il bisogno di essere riconosciuti. I figli di Logan godono di privilegi inaccessibili alla maggior parte delle persone, ma restano intrappolati nel rapporto con un padre che spesso esprime l’affetto attraverso il controllo e la manipolazione. La serie intreccia dramma familiare, satira delle élite economiche e umorismo nero, in un mondo dove le decisioni sono dettate tanto dalla vanità quanto dagli interessi aziendali. Il successo di «Succession» mostra quanto continuino ad attirare le storie di ricchezza e potere, soprattutto quando rivelano le fragilità di chi li detiene.

Quinta è la britannica «Fleabag» (2016–2019), creata e interpretata da Phoebe Waller-Bridge. La protagonista è una giovane londinese alle prese con un lutto, difficoltà familiari, delusioni amorose e comportamenti autodistruttivi.

Uno dei tratti più riconoscibili della serie è il modo in cui la donna si rivolge direttamente al pubblico, condividendo pensieri e commenti che non esprime davanti agli altri personaggi. L’espediente crea intimità e mette in luce la distanza tra l’immagine mostrata agli altri e ciò che accade davvero dentro una persona. Spesso divertente e scomodamente sincera, «Fleabag» non si limita alla comicità: sotto le battute e l’ironia racconta solitudine, senso di colpa e difficoltà ad accettare le proprie emozioni. La serie dimostra che anche un formato breve può lasciare un’impressione profonda senza prolungarsi per molte stagioni.

Al sesto posto si è classificata «Game of Thrones» (2011–2019), serie fantasy tratta dalla saga letteraria di George R. R. Martin. In un mondo immaginario, famiglie nobili si contendono il potere mentre, a nord, si profila una minaccia capace di mettere a rischio la sopravvivenza dell’umanità.

La complessità dei personaggi, gli intrighi politici, i colpi di scena e una produzione che ha reso credibile l’universo fantastico hanno contribuito a trasformarla in un fenomeno globale. «Game of Thrones» ha mostrato che la televisione può raggiungere le dimensioni dei grandi kolossal cinematografici, mantenendo al tempo stesso lo spazio per una narrazione lunga e articolata. La sua presenza in classifica richiama anche il ruolo delle grandi serie nell’era della visione collettiva e dei commenti online. Il finale ha suscitato reazioni contrastanti, ma l’influenza del titolo sulla cultura popolare è difficile da contestare.

Dal settimo al decimo posto

Settima è «Veep» (2012–2019), satira politica con al centro Selina Meyer, vicepresidente degli Stati Uniti. La protagonista cerca di realizzare le proprie ambizioni mentre affronta collaboratori incapaci, ostacoli burocratici e il proprio bisogno di potere.

Invece di concentrarsi sulle grandi decisioni storiche, come fanno i drammi politici più seri, «Veep» punta su vanità, piccole faide, reazioni dettate dal panico e lotte per il potere. La comicità nasce dal contrasto tra l’immagine pubblica della politica come servizio responsabile e il comportamento dei suoi protagonisti dietro le quinte. La serie è diventata famosa per i dialoghi serrati, gli insulti taglienti e personaggi le cui ambizioni superano spesso le capacità. La sua popolarità conferma l’efficacia della satira nel raccontare le istituzioni e chi le guida.

All’ottavo posto c’è «30 Rock» (2006–2013), commedia ambientata dietro le quinte di un programma televisivo comico. Tina Fey interpreta Liz Lemon, caposceneggiatrice impegnata a tenere in piedi lo show tra star imprevedibili, dirigenti della rete e problemi personali.

La serie usa il mondo della televisione per ironizzare sull’industria dell’intrattenimento, sulla cultura aziendale, sulle celebrità e sulle assurdità del lavoro quotidiano. Il ritmo comico si affida a una raffica di battute, personaggi secondari eccentrici e situazioni sempre più insensate, soprattutto quando i protagonisti le prendono sul serio. «30 Rock» osserva la televisione dall’interno: una macchina in cui le idee creative si scontrano con gli interessi commerciali e le richieste dei dirigenti.

Nona è «Curb Your Enthusiasm» (2000–2024), in cui Larry David interpreta una versione immaginaria di se stesso. Al posto di una trama classica, la serie costruisce le proprie storie su imbarazzi quotidiani che, per colpa del protagonista, si trasformano in grandi disastri sociali.

Conversazioni scomode, malintesi sulle buone maniere, regole non scritte e piccole offese diventano l’origine di scontri lunghi e spesso assurdi. David si rifiuta ostinatamente di adeguarsi alle aspettative altrui, anche quando un po’ di tatto potrebbe evitargli molti problemi. La serie è nota per i dialoghi improvvisati e per una comicità fondata sul disagio sociale. La sua longevità mostra quanto le situazioni di tutti i giorni possano offrire materiale comico inesauribile, se osservate da una prospettiva abbastanza scomoda.

A chiudere la top ten è «Atlanta» (2016–2022), creata da Donald Glover. Segue due cugini che cercano di farsi strada nella scena musicale della città: Earn vuole aiutare Alfred, rapper conosciuto come Paper Boi, mentre entrambi affrontano difficoltà economiche, razzismo, fama e circostanze imprevedibili.

«Atlanta» sfugge a una definizione unica. Alcuni episodi sono drammi realistici sulla vita dei giovani, altri diventano satire surreali o storie che disattendono deliberatamente le aspettative del pubblico. Questa mutevolezza è uno dei suoi tratti distintivi. La serie esplora razza, classe sociale, musica e vita quotidiana americana senza offrire sempre risposte semplici: realtà e assurdo si intrecciano, facendo di «Atlanta» uno degli esempi più incisivi di sperimentazione televisiva del XXI secolo.

  • PubblicatoOttobre 13, 2026