In Islanda, per raccogliere porcini e finferli, alcuni lituani si muovono a quattro zampe tra sterpaglie e alberi bassi: una scena insolita per gli abitanti del posto, che non hanno una tradizione di raccolta dei funghi. Per Neringa, lituana che vive sull’isola, la gita annuale è diventata soprattutto un’occasione per stare con gli amici e mantenere un legame con le proprie origini.
Una tradizione lituana tra i boschi islandesi
Neringa, presidente della comunità lituana in Islanda, organizza da otto anni un’uscita di fine estate. Il gruppo parte in diverse auto verso la fattoria della famiglia del marito, Erik, a tre ore a nord di Reykjavík. Una volta arrivati, i partecipanti si inoltrano nel boschetto e raccolgono funghi simili a quelli che si trovano in Lituania.

«Lo facciamo da otto anni di fila. È diventata una tradizione. La mattina ci alziamo, prepariamo l’attrezzatura e andiamo nel boschetto qui vicino. Non si può certo chiamarlo un boschetto come quelli lituani. Ci muoviamo strisciando, a quattro zampe e in tutti i modi possibili, per raggiungere i funghi. Per me non si tratta tanto di raccogliere funghi, quanto di godersi la giornata e stare con gli amici», racconta Neringa.

La consuetudine è nata grazie a suo padre, appassionato cercatore, che scoprì la presenza di molti funghi in Islanda e cominciò a portare la figlia nel bosco. Con il tempo si unirono anche gli amici. I genitori di Neringa hanno trascorso molti anni sull’isola.
I partecipanti sono membri attivi della comunità lituana, ma la raccolta è un’attività privata: a unirli, spiega Neringa, sono l’affetto per la Lituania e la passione per i funghi. Gli islandesi osservano con curiosità questa abitudine, che per loro è ancora poco familiare, anche se sta diventando più popolare e sono stati pubblicati manuali dedicati.
«Non è affatto una protesta. Per loro non è una cosa inaccettabile. In Islanda andare a funghi è una novità, ma sta cominciando a diventare popolare e vengono persino pubblicati dei manuali. Gli islandesi, però, non hanno la tradizione di raccogliere funghi. Forse non li conoscono abbastanza. Ma anche per loro è un divertimento. La famiglia di mio marito è curiosa di vedere come puliamo i funghi, si interessa a come li prepariamo e li cuciniamo, e li assaggia con cautela», dice Neringa.

La scoperta dei boschi islandesi
A farle conoscere i boschi islandesi è stato Erik, suo marito islandese. Neringa ricorda che, prima di vederli, immaginava foreste simili a quelle lituane, con alberi alti. Si trovò invece davanti a un intrico di sterpaglie.

«Quando ho conosciuto il mio futuro marito islandese, mi ha portata in campagna per mostrarmi la zona. Mi ha detto: “Andiamo, ti faccio fare un giro nel boschetto e ti mostro il bosco”. Da vera lituana, mi immaginavo i nostri boschi, con alberi alti, ma lui mi ha portata in mezzo a un groviglio di sterpaglie. Mi chiedevo che cosa ci fosse in quel groviglio. Abbiamo attraversato il bosco piegati e coprendoci gli occhi. Avevo paura di lasciarli scoperti e mi sono anche strappata i vestiti», racconta.
La quantità di funghi varia di anno in anno: a volte si trovano soltanto porcini, altre solo finferli, e in alcune occasioni non se ne raccoglie nessuno dei due tipi. I porcini, chiamati dagli islandesi «funghi reali», crescono soprattutto nelle fitte abetaie o tra piccoli betulletti simili a cespugli.

«È difficile immaginare che gli islandesi si mettano a strisciare in questo boschetto: forse è per questo che troviamo i porcini. Loro cercano soprattutto nei dintorni delle case e, se ne trovano, lungo i sentieri. I finferli li raccolgono di più quelli che li conoscono», osserva Neringa.
La fattoria di famiglia e il legame con l’isola
Lei ed Erik vivono nella fattoria tradizionale della famiglia di lui, dove è cresciuto il padre. Condividono la proprietà con i fratelli e le sorelle di Erik, in cinque. Per il marito di Neringa, quel luogo è legato alla famiglia e alla sua infanzia.
«Qui ci sono le mie radici, la mia infanzia e tutta la mia vita. Proteggiamo molto questo luogo e la sua natura per le generazioni future: non vogliamo che venga visitato dai turisti», dice Erik.
Neringa racconta che gli islandesi sono molto orgogliosi del proprio Paese, della natura e della storia, e che il loro legame con la terra d’origine è forte. «Patrioti fino al midollo, gli islandesi non capiscono chi parla male del proprio Paese e della propria patria», afferma.

Lei era arrivata in Islanda per ragioni economiche, ma si è innamorata presto dell’isola e ha capito che sarebbe rimasta a lungo. Dice di sentirsi particolarmente vicina alla natura e ai suoi elementi.
«Amo molto gli elementi della natura e sono una di quelle persone strane a cui piacciono la pioggia, il vento e le tempeste. Qui di questa bellezza e di queste meraviglie ce n’è in abbondanza. Mi ha conquistata anche il fatto che qui ci si senta parte della natura, della sua grandezza, parte degli elementi. È qualcosa che sento molto vicino», racconta.
L’incontro con Erik e la carriera da traduttrice
Neringa incontrò Erik appena una settimana dopo il suo arrivo. Si conobbero a una festa per l’Eurovision, alla quale entrambi erano stati trascinati controvoglia. Inizialmente fu la conoscenza delle lingue a farli parlare: lei aiutò Erik a comunicare con una sua amica.
«Ci siamo conosciuti a una festa per l’Eurovision. Ci avevano trascinati lì entrambi controvoglia. Nessuno dei due voleva andarci. C’era tantissima gente. Ricordo benissimo il momento in cui è entrato: è lì che è cominciata la nostra strana amicizia, che presto si è trasformata in una relazione seria», ricorda Neringa.
All’inizio i due parlavano inglese. Neringa imparò presto l’islandese e, secondo lei, la lingua le aprì le porte e i cuori degli abitanti. Per 12 anni lavorò in una casa di riposo, esercitandosi ogni giorno, finché le sue competenze non le permisero di diventare traduttrice.
La svolta arrivò quando accompagnò il padre dal medico per aiutarlo a comunicare. Il dottore conosceva la proprietaria di un’agenzia di traduzioni e le segnalò che c’era una lituana con una buona conoscenza dell’islandese.
«Lei mi telefonò e così è cominciata la mia carriera di traduttrice», racconta Neringa. Oggi la donna aiuta le persone a comunicare a scuola, nelle strutture sanitarie, con la polizia e in tribunale. «È bello che oggi la mia principale fonte di sostentamento sia la conoscenza dell’islandese e del lituano», aggiunge.
La filosofia islandese del “si risolverà”
Entrare nella cerchia degli islandesi non è semplice, ma Neringa dice di sentirsi ormai a casa. Continua però a trovare curioso il modo in cui affrontano i problemi: se non riescono a risolverli, tendono a lasciarli da parte. Per descrivere questo atteggiamento usano l’espressione «Þetta reddast», che significa «si risolverà».
«Quando ci troviamo davanti a un problema, cerchiamo di trovare una soluzione e di risolverlo. Gli islandesi non si danno troppo da fare. Magari provano un po’ a risolverlo, ma se non ci riescono aprono una bottiglia di birra e dicono: “Þetta reddast”», racconta.
Neringa ipotizza che questa filosofia possa essere legata alla vita su un’isola, da cui non si può semplicemente scappare o partire per mare: a volte, dice, non resta che accettare le cose come sono. Per lei è importante non confrontare continuamente lo stile di vita lituano con quello islandese. All’inizio lo faceva, ma poi ha capito che anche le abitudini che sembrano strane hanno una loro logica.
«Durante le prime passeggiate con mio marito capitava che lui corresse avanti e io camminassi. Gli dicevo: “Dove corri? Perché corri? Non capisco questo modo di passeggiare: noi camminiamo piano, un passo dopo l’altro, mentre gli islandesi camminano in fretta”. E lui mi rispondeva: “Se andiamo piano, ti verrà freddo, perché questo è un Paese così: bisogna muoversi, altrimenti si gela”», ricorda Neringa.
La storia è stata raccontata dal programma «(Ne)emigrantai» di LRT TELEVIZIJA, in un servizio curato da Vaida Račkauskaitė.
Fonte: lrt.lt
