Cronaca Europa

Truffa con QR code, la banca deve rimborsare subito

È successo in Turingia, in Germania, al medico Rudolf Wolter, derubato di oltre 100.000 euro dopo aver scansionato un codice ricevuto per posta. La CGUE chiarisce che spetta alla banca dimostrare l’eventuale grave negligenza del cliente.

Truffa con QR code, la banca deve rimborsare subito

Una lettera cartacea che sembra arrivare dalla propria banca, un codice QR da scansionare e, poco dopo, oltre 100.000 euro spariti dal conto. È quanto è accaduto a Rudolf Wolter, medico della Turingia, in Germania. Ora una sentenza della Corte di giustizia dell’Unione europea rafforza la tutela delle vittime: in caso di pagamenti non autorizzati, le banche devono in linea di principio rimborsare subito il denaro.

La truffa del codice QR

«All’inizio si prende un bello spavento», racconta Wolter. «Ti corre un brivido lungo la schiena e pensi: “Dio mio, che cosa ho fatto?”». I truffatori gli avevano spedito una lettera che appariva autentica e conteneva un codice QR. Wolter l’ha scansionato senza sospettare nulla: il messaggio era arrivato «nel modo tradizionale, per posta». Solo dopo ha capito che i criminali avevano sottratto dal suo conto più di 100.000 euro.

«Ti passa per la testa: “Ma davvero mi è sfuggito qualcosa di importante? Avrei dovuto fare qualcosa?”», dice. «E così ho commesso l’errore di scansionare quel codice». Finora, in situazioni simili, le banche hanno spesso negato il rimborso, sostenendo che i clienti avrebbero dovuto essere più prudenti. Cliccare su un link di phishing o scansionare un codice QR fraudolento, secondo questa impostazione, può costituire grave negligenza. Se il cliente non adotta le dovute precauzioni, la banca ritiene di non essere tenuta a intervenire.

La decisione della Corte europea

La Corte di giustizia dell’Unione europea (CGUE) ha stabilito invece che, in caso di operazione di pagamento non autorizzata, il prestatore di servizi di pagamento deve in linea di principio restituire senza indugio la somma sottratta. Lo ha chiarito Helge Homburg, addetto stampa della Corte.

La banca non può quindi rifiutare subito il rimborso sostenendo che il cliente abbia reso possibile l’addebito con una condotta gravemente negligente, per esempio non proteggendo adeguatamente le proprie credenziali personali o i dispositivi di sicurezza. In un secondo momento, l’istituto può tentare di recuperare il denaro, ma deve prima dimostrare che il cliente ha davvero commesso un errore grave.

La prova della grave negligenza

Per l’avvocato Johannes Goetz, la decisione è una buona notizia per i consumatori: «Ora spetta innanzitutto alla banca risarcire il danno. Se ritiene che il cliente abbia agito con grave negligenza e riesce a dimostrarlo, deve attivarsi di propria iniziativa per recuperare il denaro e, in caso di necessità, fare causa al proprio cliente».

Dimostrare una grave negligenza potrebbe non essere semplice. Le truffe diventano sempre più sofisticate, anche grazie all’intelligenza artificiale, e i messaggi di phishing sono sempre più credibili. Per questo, osserva Goetz, gli errori commessi dalle vittime spesso non raggiungono la soglia della grave negligenza.

Cosa fare dopo una truffa

Chi si accorge di essere stato truffato dovrebbe avvisare subito la banca e bloccare tutto ciò che può: conto, carte e accesso ai servizi online. È inoltre necessario chiedere il rimborso della somma addebitata fraudolentemente. Goetz consiglia anche di conservare le prove: «È bene salvare con cura le e-mail, gli screenshot e tutto ciò che è collegato alla truffa. Potrebbero servire in seguito, se dovesse nascere una controversia con la banca».

Si può informare anche la polizia, anche se in genere le indagini su casi di questo tipo non portano a grandi risultati.

  • PubblicatoOttobre 15, 2026