Scienze

Yak X, una specie sconosciuta ricostruita da 20 genomi

I resti provengono dalla grotta di Denisova e da altri siti della Siberia. Il gruppo internazionale di paleogenetisti ha identificato una linea distinta dagli yak attuali.

Yak X, una specie sconosciuta ricostruita da 20 genomi

Una specie di yak finora sconosciuta alla genomica è stata identificata grazie a 20 genomi ricostruiti da minuscoli frammenti ossei. I resti, troppo piccoli per essere riconosciuti con i metodi tradizionali, provengono dalla grotta di Denisova e da altri siti della Siberia. Raccontano la storia di un grande bovide vissuto per oltre 200.000 anni e rimasto isolato dalle specie con cui condivideva il territorio.

La ricerca, condotta da un gruppo internazionale di paleogenetisti e pubblicata sulla rivista scientifica Current Biology, ha analizzato il DNA nucleare di reperti datati tra circa 250.000 e 27.200 anni fa. Gli autori chiamano l’animale “yak X”; potrebbe corrispondere allo yak fossile del Bajkal, descritto in passato come Bos cf. baikalensis.

La grotta di Denisova e i resti animali

La grotta di Denisova, nei monti dell’Altai, in Siberia, è nota soprattutto per la scoperta dei denisoviani. Questa popolazione umana arcaica fu identificata nel 2010 a partire da una singola falange fossile; tracce genetiche dei denisoviani sono ancora presenti nel DNA umano. La scoperta ha rivoluzionato lo studio delle origini umane e ha contribuito al Nobel per la fisiologia e la medicina assegnato nel 2022 a Svante Pääbo.

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Ma il sito custodisce anche un vasto archivio di resti animali. Tra le centinaia di migliaia di frammenti ossei accumulati nel corso dei millenni, i ricercatori hanno individuato quelli appartenenti allo yak X. La presenza di una linea genetica insolita nell’Asia centrale era già emersa da studi precedenti, basati però soltanto sul DNA mitocondriale. Nei grandi bovidi, che tendono a incrociarsi tra loro, questo tipo di analisi da solo non basta a confermare l’esistenza di una specie distinta.

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Come è stato identificato lo yak X

Per affrontare il problema, il gruppo ha esaminato anche il DNA nucleare. Prima ha analizzato le proteine del collagene, usate come una sorta di etichetta per distinguere i bovidi — come yak e bisonti — dagli altri animali. Una volta selezionati i campioni pertinenti, ha ricostruito 20 genomi completi: 14 provenienti da frammenti della grotta di Denisova e 6 da siti vicini, nella regione dell’Altai-Sayan e nella Siberia occidentale.

I risultati indicano che lo yak X era biologicamente distinto e profondamente divergente sia dallo yak selvatico attuale (Bos mutus) sia da quello domestico (Bos grunniens).

Il possibile legame con lo yak fossile del Bajkal

La scoperta offre anche una possibile risposta a un enigma paleontologico. A metà del Novecento erano stati descritti in Siberia scheletri e crani fossili di yak pleistocenici, più grandi e robusti degli yak odierni del Tibet. Classificato allora come Poephagus baikalensis o Bos mutus baikalensis, questo animale potrebbe essere la controparte morfologica dello yak X identificato attraverso il DNA antico.

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Le analisi molecolari e di laboratorio suggeriscono che la linea dello yak X cominciò a separarsi da quella degli yak selvatici e domestici attuali circa 400.000 anni fa. L’isolamento riproduttivo definitivo sarebbe stato raggiunto intorno a 250.000 anni fa. Nonostante la convivenza, nello spazio e nel tempo, con altri grandi bovidi della steppa siberiana — tra cui il bisonte delle steppe (Bison priscus) e l’uro (Bos primigenius) — lo yak X non mostra tracce di ibridazione con queste specie.

Le tecniche di paleogenomica e il rifugio dell’Altai

Lo studio mette in luce anche il valore delle nuove tecniche di paleogenomica e di analisi del DNA ambientale antico. Molti reperti sono ridotti a schegge millimetriche, impossibili da identificare con i metodi anatomici tradizionali. Oggi, invece, è possibile ricavare informazioni biologiche complete da frammenti che in passato sarebbero stati considerati scarti.

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I risultati rafforzano inoltre l’idea che i monti Altai abbiano funzionato da rifugio glaciale. A differenza del nord Europa, coperto da estese calotte di ghiaccio, la regione dell’Altai-Sayan conservò vallate libere dai ghiacci e un mosaico di microclimi stabili. La presenza dello yak X per oltre 200 millenni indica che l’area offrì un rifugio ecologico ai grandi mammiferi durante diversi cicli glaciali.

Il clima e la diversità genetica

Le analisi mostrano anche una diminuzione della popolazione e della diversità genetica dello yak X durante l’Ultimo Interglaciale, tra 130.000 e 115.000 anni fa, quando il clima si fece più mite tra due glaciazioni. Studiare la risposta di una specie adattata al freddo a una fase calda naturale può aiutare a comprendere la vulnerabilità degli ecosistemi alle variazioni di temperatura.

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Nuove ricerche tra grotte e permafrost

La ricostruzione di un genoma nucleare di riferimento apre nuove possibilità di ricerca: sarà possibile cercare tracce dello yak X nei sedimenti delle grotte e nel permafrost attraverso il DNA ambientale antico, anche dove non sono stati trovati fossili. Il lavoro si collega inoltre al ritiro accelerato dei ghiacciai montani e del permafrost nel mondo. Questi cambiamenti stanno esponendo superfici e depositi organici rimasti sigillati per millenni; le tecniche di paleogenomica possono aiutare a raccogliere e decifrare le informazioni conservate prima che l’esposizione agli agenti atmosferici e ai batteri le cancelli.

La notizia è stata pubblicata da Il Giardino di Albert, il magazine di divulgazione scientifica della RSI.

  • Pubblicato14 Ottobre 2026