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Migranti su un materassino bucato: poi i corpi senza nome

A Ceuta, 4 uomini in mute da sub sono partiti verso il largo su un galleggiante semiaffondato. Giorni dopo, un uomo con una muta è stato recuperato al largo di Estepona.

Migranti su un materassino bucato: poi i corpi senza nome

Un materassino bucato, quattro persone in mute da sub e una traversata che gli esperti giudicano impossibile: è l’immagine che riassume il rischio corso da alcuni migranti nel tentativo di lasciare Ceuta via mare. Due settimane dopo, di loro non si sapeva più nulla. Intanto, sulle coste della provincia di Malaga venivano recuperati diversi corpi di uomini annegati, senza documenti e difficili da identificare.

La traversata da Ceuta

La scena è del 23 settembre 2026, alle 19, sulla spiaggia di El Trampolín, a Ceuta, città autonoma spagnola sulla costa nordafricana. Mancano undici giorni allo sgombero del più grande insediamento di baracche sorto dopo l’ondata migratoria del 30 e 31 luglio. Circa 3.000 persone — una stima, perché il numero esatto non è mai stato accertato — vivono in ripari costruiti con pali, teloni, plastica e stoffe. Alcuni hanno una tenda distribuita dalle organizzazioni non governative che li assistono e garantiscono almeno un pasto al giorno.

Il fotoreporter Marcos Moreno sta documentando da quasi due mesi e mezzo la vita nel campo, dove è cresciuto un ecosistema di miseria, più o meno organizzato. Vicino alla riva nota tre uomini in mute da sub; poco dopo diventano quattro. Sono entrati in acqua e si dividono un materassino semiaffondato, appesantito dal loro peso e bucato, con l’aria che fuoriesce. Non stanno giocando: nuotano verso il largo, allontanandosi dalla costa.

Moreno fa loro cenno di tornare indietro. Gli uomini lo guardano e lui li fotografa con una Nikon Z9 e un obiettivo Nikon 70-200 VR. Poi i quattro proseguono verso le navi mercantili visibili all’orizzonte, finché il fotoreporter li perde di vista. Da quel momento non ne avrà più notizie.

Il materassino con i migranti, poco dopo essersi gettati in acqua e vicino alla riva della spiaggia di Ceuta.
Il materassino con i migranti, poco dopo essersi gettati in acqua e vicino alla riva della spiaggia di Ceuta.MARCOS MORENO

Il corpo recuperato a Estepona

Sei giorni dopo, il 29 settembre, poco dopo le 20, un’imbarcazione da diporto avvista qualcosa che galleggia a undici miglia dalla costa di Estepona, nella provincia di Malaga. Da lontano sembra un fagotto; avvicinandosi, si rivela essere il corpo di un uomo con una muta da sub.

L’equipaggio avvisa il Centro di coordinamento del soccorso marittimo di Tarifa, nella provincia di Cadice. Viene inviato l’elicottero Helimer 222, già in zona, e interviene anche la Gadir, imbarcazione del Soccorso marittimo. È quest’ultima a recuperare il cadavere e a portarlo al porto di Estepona. La Guardia Civil prende in carico il corpo e l’indagine, aperta dal giudice di turno. L’autopsia, eseguita all’Istituto di medicina legale di Malaga, stabilisce che la causa della morte è l’annegamento. L’uomo, però, non viene identificato.

Il corpo rischia di essere dichiarato ufficialmente non identificato e sepolto in una fossa comune, con una lapide contrassegnata da un numero. La Guardia Civil non può stabilire se si tratti di uno dei quattro uomini partiti da El Trampolín. Nel campo del Guano, dove si sono rifugiati alcuni degli abitanti di El Trampolín dopo lo sgombero lampo del fine settimana precedente, qualcuno riconosce gli uomini nelle fotografie, ma nessuno sa che cosa sia accaduto loro: se abbiano continuato a nuotare verso la penisola, se volessero percorrere su un materassino i 14 chilometri che separano Ceuta dalla Spagna continentale o se siano tornati indietro. Le fonti della Guardia Civil definiscono comunque la loro fuga un tentativo suicida.

Una traversata giudicata impossibile

Secondo fonti consultate da CRÓNICA, attraversare a nuoto lo Stretto di Gibilterra e raggiungere sani e salvi la riva opposta è impossibile, tanto più con un solo galleggiante da condividere, anche indossando mute da sub. Il pericolo, spiegano, sono le correnti marine: possono trascinare verso la costa di Malaga e trasformare un tragitto di 14 chilometri in un calvario di cento.

Lo conferma un veterano pilota del Soccorso marittimo: «Non è possibile», dice a proposito dell’eventualità che i quattro siano arrivati sulla penisola. La muta, spiega, può impedire al corpo di affondare e farlo arrivare in condizioni migliori, ma non cambia l’esito se chi la indossa è morto. Le mute come quelle viste nelle fotografie, aggiunge, «chiedono una fortuna» ai migranti: «È un vero e proprio affare». Anche i gommoni usati da alcuni gruppi di maghrebini o subsahariani per raggiungere le coste di Cadice vengono venduti a peso d’oro e poi rivenduti allo stesso prezzo.

Gli uomini nelle fotografie e quello recuperato a Estepona non sono stati identificati. Nella Guardia Civil, tuttavia, si ritiene che il cadavere possa appartenere a una delle persone arrivate a Ceuta durante l’ondata di fine luglio. «Il modus operandi è quello consueto», riferiscono le fonti. Non sarebbe il primo caso e, temono, non sarà l’ultimo.

Altri corpi sulle coste di Malaga

In poche settimane, lungo le coste di Malaga sono stati recuperati diversi corpi di migranti annegati, alcuni con mute da sub o galleggianti. Erano tutti senza documenti e difficili da identificare. Il 15 settembre, nel pomeriggio, è stato segnalato un cadavere sulla costa occidentale della provincia: la Guardia Civil è intervenuta e il Soccorso marittimo lo ha portato al porto di Fuengirola. Il giorno successivo è stato trovato un altro corpo a Nerja e trasferito a Vélez-Malaga.

L’uomo aveva pinne, un galleggiante, diversi telefoni cellulari e dirham, la valuta ufficiale del Marocco. Non presentava segni evidenti di violenza; la morte è stata attribuita all’annegamento e il corpo risultava in mare da pochi giorni. Il 26 settembre, una motovedetta del Servizio marittimo della Guardia Civil ha recuperato un terzo cadavere, in mare aperto e in avanzato stato di decomposizione.

La disperazione dei migranti a Ceuta

«Non è facile lasciare Ceuta», osserva Diego Boza, coordinatore dell’Associazione per i diritti umani dell’Andalusia (Apdha). Molti dei migranti ancora presenti nella città autonoma, dice, sono «al limite della disperazione». È questo, secondo lui, a spiegare perché qualcuno possa pensare di tentare la traversata a nuoto, un’aspirazione condivisa da migliaia di persone nei campi della città, soprattutto da chi non è ancora riuscito a trovare posto in uno di essi.

Boza ritiene che «il governo voglia alimentare la disperazione» e teme che la situazione creata dall’ingresso di oltre 80.000 persone attraverso la frontiera del Tarajal diventi cronica, trasformando Ceuta in «una Lampedusa». Non lo sorprende, quindi, che i migranti cerchino vie estremamente pericolose per andarsene: nascondendosi per oltre cento chilometri nel vano inferiore di un autobus, come il diciassettenne scoperto sul pullman della squadra di calcio di Valladolid, oppure affidandosi a un materassino, come i quattro di El Trampolín.

Uno dei migranti guarda la macchina fotografica mentre nuotano verso l’interno.
Uno dei migranti guarda la macchina fotografica mentre nuotano verso l’interno.MARCOS MORENO

I dati sulle persone scomparse

Dal 1988 l’Apdha segue le tracce di chi scompare nel tentativo di raggiungere l’Europa e dei corpi senza nome trascinati dalle correnti sulle coste spagnole. Secondo le statistiche dell’associazione, in 38 anni sono morti o scomparsi 19.363 migranti sulle rotte dello Stretto, di Alborán e delle Canarie. Il dato non comprende né quest’anno né il precedente: l’ultimo rapporto annuale, intitolato «Frontera Sur», non è ancora pronto. Restano quindi esclusi anche i quattro corpi recuperati in poche settimane a Malaga e i quattro uomini di El Trampolín, di cui non si hanno notizie dal 23 settembre.

Per il 2024, ultimo anno con dati disponibili, Pro Derechos Humanos Andalucía ha registrato 1.869 persone scomparse e 596 morti. A Ceuta e Melilla i dispersi sono stati 55 e i morti 60, per la maggior parte annegati. Il bilancio più pesante riguarda la rotta delle Canarie, con 1.445 dispersi e 421 morti.

Famiglie senza risposte

Identificare le persone recuperate in mare e consentire alle famiglie di riavere i loro resti è quasi impossibile. Boza denuncia l’assenza di un protocollo: tutto dipende dalle pratiche tra un tribunale spagnolo e uno marocchino e «le famiglie devono chiamare ogni istituto di medicina legale». Nella stragrande maggioranza dei casi, neppure così riescono a ottenere risposte.

Le tracce cancellate dello sgombero

Due settimane dopo che Marcos Moreno ha fotografato i quattro uomini in fuga da El Trampolín, dell’insediamento non resta più nulla. Le ruspe hanno abbattuto le baracche e rimosso tonnellate di rifiuti. È diventato impossibile persino rintracciare chi viveva lì. Delle persone non si sono perse soltanto le tracce: rischia di svanire anche la memoria. Restano le fotografie di Moreno, testimonianza di una vicenda individuale e della disperazione di migliaia di migranti che aspettano a Ceuta un’occasione per raggiungere la meta per cui hanno scommesso tutto, anche a costo di finire in un cimitero spagnolo sotto una lapide senza nome.

  • PubblicatoOttobre 13, 2026