La Corte suprema israeliana ha ordinato all’esercito di presentare un calendario per consentire il ritorno dei palestinesi sfollati da tre campi profughi in Cisgiordania, chiedendo di accelerare il processo. Nella decisione, datata domenica e resa nota oggi, i giudici affermano tuttavia che non sussistono ancora le necessarie condizioni di sicurezza per il rientro.
L’operazione nei campi profughi
È trascorso un anno e nove mesi dall’avvio dell’Operazione Muro di Ferro, durante la quale le forze israeliane hanno occupato i campi di Jenin, Tulkarem e Nur Shams, aree urbane all’interno delle rispettive città. Israele aveva giustificato l’intervento sostenendo che fossero roccaforti delle milizie palestinesi.
Considerata la più lunga operazione israeliana in territorio palestinese dalla Seconda Intifada, tra il 2000 e il 2005, l’offensiva ha portato all’evacuazione dei campi, in gran parte distrutti dall’esercito. Tra 30.000 e 40.000 palestinesi non hanno potuto fare ritorno alle proprie case.
La reazione del ministro della Difesa
Il ministro della Difesa israeliano, Israel Katz, ha reagito alla decisione definendo «permanente» la presenza militare nelle zone della Cisgiordania da cui la popolazione è stata allontanata durante l’offensiva del 2025, compresi i campi di Jenin, Tulkarem e Nur Shams. Katz ha inoltre esortato la Corte ad «astenersi dall’interferire» nelle attività dell’esercito in Cisgiordania.
In un comunicato diffuso oggi dal ministero della Difesa, il ministro ha sostenuto che, dopo l’evacuazione dei tre campi, «il livello di terrorismo in Giudea e Samaria» è diminuito dell’80%, raggiungendo «il minimo storico». «La presenza a lungo termine delle IDF (Forze di difesa israeliane) in questi campi non è una questione giuridica, bensì una necessità operativa e di sicurezza, indispensabile per salvare la vita dei soldati e dei civili israeliani», ha dichiarato. «Giudea e Samaria» è l’espressione biblica usata dal governo israeliano per indicare la Cisgiordania.
Katz ha aggiunto di non avere «intenzione di cedere su questo punto». A suo giudizio, «non spetta alla Corte suprema intervenire in considerazioni di sicurezza di questa natura», né nelle operazioni israeliane a Gaza, in Siria, in Libano o in Iran.
