Semi di quinoa impregnati di cocaina: secondo gli investigatori, sarebbe questo il metodo insolito usato da una rete criminale per introdurre droga in Europa. La scoperta è avvenuta durante un controllo notturno al casello di Rivesaltes, sull’autostrada vicino a Perpignan, nei Pirenei Orientali, in Francia.
La polizia ha fermato un furgone con a bordo 80 sacchi di quinoa, per un peso complessivo di due tonnellate. Le analisi di laboratorio hanno rivelato che i semi, una pianta coltivata in Sud America e diventata popolare anche nella cucina europea, erano impregnati di cocaina: oltre 140 chilogrammi di droga pura, per un valore stimato di nove milioni di euro.
La droga nascosta nei prodotti alimentari
«I narcotrafficanti cercano di camuffare la droga in tutti i modi possibili. Per questo provano ogni soluzione. La impregnano, per esempio, nei prodotti alimentari, ma anche nei tessuti. Purtroppo, l’ingegnosità dei trafficanti non ha limiti», spiega Bertrand Monnet, professore all’EDHEC ed esperto di mafie.
Gli investigatori dell’Ofast, l’ufficio francese specializzato nella lotta al traffico di stupefacenti, hanno seguito le tracce della cosiddetta «Quinoa Connection», un’organizzazione criminale strutturata che, secondo le indagini, importava droga da diversi Paesi sudamericani. La quinoa sequestrata proveniva dalla città colombiana di Bello, vicino a Medellín. Trasportato in aereo cargo fino all’aeroporto di Roissy, vicino a Parigi, il carico veniva poi portato in un deposito gestito da uno spedizioniere in una zona industriale.
La società parigina e la difesa dell’amministratore
All’origine delle importazioni ci sarebbe una piccola società parigina, fondata da poco nei pressi degli Champs-Élysées e specializzata nel commercio internazionale di frutta e verdura dal Marocco e dal Sud America. L’amministratore sostiene di essere stato ingannato dai soci. «Era informato soltanto degli ordini che sarebbero stati effettuati e si occupava dei bonifici, ma pensava che avrebbe ricevuto frutta e verdura. Non conosce nessuno in Sud America e non ha avviato alcuna importazione di stupefacenti», afferma il suo avvocato, Baptiste Bellet.
Le intercettazioni e i nomi in codice
Per ricostruire i collegamenti tra Medellín e Parigi, gli investigatori hanno intercettato le comunicazioni dei presunti membri della rete. I sospettati usavano pseudonimi come «La Pantera», «El Magico» ed «El Flaco», oltre a un linguaggio in codice. In una conversazione si sente: «Ciao fratello, come va? Ce ne sono 600 chili»; in un’altra: «Ho bisogno che la cucini anche tu, come ti ho mostrato».
Tra i nomi ricorrenti nelle comunicazioni c’è «El Diablo», cioè «il Diavolo». In un video si riprende mentre conta denaro con una macchina conta-banconote. Gli investigatori antidroga ritengono che si tratti di Soner Akca, 43 anni, soprannominato «El Francés», «il francese» in spagnolo, residente in Colombia e ricercato dall’Interpol. In passato è stato arrestato e condannato per traffico di droga. Akca, tramite il suo avvocato, nega ogni coinvolgimento.
La posizione di Soner Akca
«Ha cambiato vita. Ancora una volta, in Colombia è perfettamente identificato. La gente sa cosa fa, qual è la sua attività; dichiara le tasse, ha dei dipendenti. Insomma, ha completamente abbandonato i suoi affari», sostiene Robin Binsard, legale di Akca.
Detenuto in un carcere di Bogotà e scortato dalla polizia colombiana, Akca punta a far annullare il mandato di arresto e a evitare l’estradizione a Parigi.
Fonte: franceinfo.fr
