Vincere una maratona olimpica scalzo e stabilire il record mondiale trasformò Abebe Bikila in una leggenda dello sport e in un simbolo dell’orgoglio africano. Il maratoneta etiope conquistò l’oro a Roma nel 1960 e lo confermò a Tokyo quattro anni dopo. La sua carriera proseguì anche dopo un grave incidente stradale che lo lasciò paralizzato, ma le complicazioni delle ferite lo portarono alla morte nel 1973, a 41 anni.
Le origini e gli inizi nella corsa
Nato il 7 agosto 1932 nel villaggio di Jato, vicino ad Addis Abeba, Bikila crebbe in una famiglia povera di pastori. Trascorse gran parte dell’infanzia lavorando e poté studiare poco. Da ragazzo praticava il genna, un gioco tradizionale etiope simile all’hockey, nel quale mostrava già resistenza e agilità.
Poco più che ventenne entrò nella Guardia imperiale di Haile Selassie, come soldato e guardia del corpo. Fu l’allenatore svedese Onni Niskanen, impegnato ad allenare l’esercito etiope, a notare il suo talento: Bikila vinceva regolarmente le gare militari. Nel 1956, a 24 anni, iniziò ad allenarsi con serietà sulle lunghe distanze. La corsa sui terreni montuosi e accidentati dell’Etiopia contribuì a svilupparne la resistenza.
L’oro olimpico a Roma
Nel 1960 fu scelto per la squadra olimpica etiope, pur essendo quasi sconosciuto fuori dal suo Paese. La maratona di Roma, il 10 settembre, fu la sua prima gara internazionale. Si corse di notte, passando accanto a luoghi celebri come la Via Appia e il Colosseo. Le scarpe Adidas che gli erano state offerte non gli calzavano bene: Bikila decise così di correre scalzo, come faceva durante gli allenamenti in patria.
Il suo principale avversario era il marocchino Rhadi Ben Abdesselam. A poche centinaia di metri dal traguardo, vicino all’Arco di Costantino, Bikila accelerò e lo superò. Tagliò il traguardo in 2:15:16,2, stabilendo un nuovo record mondiale e diventando il primo africano a vincere l’oro olimpico nella maratona. In Etiopia fu accolto come un eroe nazionale: l’imperatore Selassie lo promosse capitano e gli conferì un’onorificenza nazionale.
Il secondo trionfo a Tokyo
Quattro anni dopo, Bikila tornò a vincere, nonostante un’operazione di appendicite subita appena sei settimane prima della gara. Il 21 ottobre 1964, ai Giochi olimpici di Tokyo, conquistò l’oro con il tempo di 2:12:11,2, un altro record mondiale. Arrivò con quasi quattro minuti di vantaggio sul secondo classificato, il britannico Basil Heatley. Fu il primo atleta a confermare il titolo olimpico nella maratona: un risultato che rafforzò la reputazione dell’Etiopia nelle corse di fondo e ispirò atleti africani in tutto il continente.
Gli infortuni e l’incidente
Negli anni successivi gli infortuni iniziarono a limitarne le prestazioni. Ai Giochi olimpici del 1968 a Città del Messico si ritirò dopo 17 chilometri per un problema al ginocchio. Nel 1966 aveva partecipato anche alla maratona di Boston e ad alcune gare minori.
Nel 1969, ad Addis Abeba, rimase coinvolto in un grave incidente mentre guidava un Volkswagen Maggiolino. L’incidente non ebbe motivazioni politiche e lo lasciò paraplegico, costringendolo a usare una sedia a rotelle. Bikila continuò comunque a praticare sport: si dedicò al tiro con l’arco e al tennistavolo e nel 1970 partecipò a un torneo sportivo in Norvegia. Lavorò inoltre al ministero etiope della Gioventù e dello Sport. L’imperatore gli mise a disposizione una casa e un sostegno economico.
La morte e l’eredità sportiva
Le complicazioni legate alle ferite peggiorarono però le sue condizioni. Bikila morì il 25 ottobre 1973 per un’emorragia cerebrale, a 41 anni. L’Etiopia proclamò una giornata di lutto e migliaia di persone parteciparono al funerale.
La sua vittoria scalzo a Roma è rimasta un simbolo di modestia e forza, associato anche alle nazioni più povere. Bikila ispirò generazioni di corridori africani, tra cui Haile Gebrselassie e Kenenisa Bekele. In suo onore si svolge la Maratona Abebe Bikila e ad Addis Abeba lo stadio Abebe Bikila porta il suo nome. La sua vicenda ha ispirato film e documentari, tra cui The Athlete del 2009. Il Comitato Olimpico Internazionale lo ha annoverato tra i suoi più grandi eroi. Non cercava la fama, ma le sue imprese cambiarono la storia dello sport e contribuirono a risvegliare l’orgoglio africano.
Fonte: index.hr
