Uintatherium, i crani fossili smentiscono il forte dimorfismo
Lo studio dell’Università del Kansas ha analizzato circa 30 crani di questo mammifero preistorico. I ricercatori li hanno confrontati con bisonti moderni per verificare l’affidabilità dei metodi statistici.
Per decenni, un mammifero preistorico con corna imponenti è stato presentato come un esempio classico delle differenze d’aspetto tra maschi e femmine. Ma l’analisi di circa 30 crani fossili suggerisce che le prove a sostegno di questa interpretazione siano deboli: i maschi di Uintatherium anceps potrebbero non essere stati molto più grandi delle femmine, né avere corna e canini nettamente più pronunciati.
Lo studio, condotto da ricercatori dell’Università del Kansas e pubblicato su PLOS One, mette così in discussione una convinzione consolidata in paleontologia. «Si riteneva che i maschi fossero molto più grandi e avessero caratteristiche craniche assai più marcate rispetto alle femmine», ha dichiarato Kevin Mulcahy, autore della ricerca e dottorando presso il KU Biodiversity Institute & Natural History Museum.
Gli uintateri e i crani fossili
Gli uintateri comparvero circa 58 milioni di anni fa, meno di 10 milioni di anni dopo l’impatto dell’asteroide che causò l’estinzione dei dinosauri non aviani. Erano grandi mammiferi con crani massicci, corna e denti canini; i loro fossili sono presenti nei reperti per circa 20 milioni di anni.
L’indagine è partita da un molare superiore rotto, recuperato durante una ricerca sul campo in Montana. Mulcahy e il suo relatore di dottorato, K. Christopher Beard, curatore senior dell’istituto, sospettavano che appartenesse a uno uintatero e si sono recati all’American Museum of Natural History di New York per confrontarlo con altri reperti.
«Abbiamo fatto una visita di ricerca all’American Museum of Natural History di New York. Il nostro obiettivo principale era semplicemente confrontare quel dente con quelli di altri uintateri e capire di che tipo di animale si trattasse», ha raccontato Mulcahy. «Hanno una collezione enorme: interi scaffali occupati da questi crani, ognuno lungo quasi un metro. Sono esemplari famosi, citati nella letteratura scientifica. Inizialmente li stavo osservando solo per confrontarne i denti, ma ho notato una grande variabilità che non sembrava suddividersi in due gruppi distinti».
Le misurazioni dei crani
I crani presentavano differenze anatomiche notevoli, ma queste non si organizzavano in due gruppi separati, come ci si potrebbe aspettare se maschi e femmine avessero avuto caratteristiche fisiche molto diverse. Per verificare l’ipotesi, Mulcahy ha misurato gli esemplari e ha analizzato la distribuzione delle dimensioni.
Quando maschi e femmine differiscono nettamente per taglia o anatomia, le misurazioni possono formare due gruppi statistici, una distribuzione bimodale. Se invece i valori si concentrano attorno a un solo picco principale, la distribuzione è unimodale.
«Con un righello, in modo davvero frettoloso, ho raccolto una serie di misurazioni dei crani mentre eravamo lì», ha detto Mulcahy. «Ho iniziato a fare qualche analisi statistica: esistono metodi per verificare se le diverse misurazioni si adattano meglio a una classica distribuzione unimodale oppure, se si pensa di avere a che fare con una specie caratterizzata da un forte dimorfismo sessuale, a una distribuzione bimodale, con due medie: una per i maschi e una per le femmine».
I primi risultati non hanno mostrato una separazione chiara. Mulcahy ha quindi ampliato il campione con misurazioni raccolte in altri istituti e ha applicato ulteriori tecniche statistiche, arrivando a esaminare circa 30 crani di Uintatherium anceps.

Wikimedia Commons Marsh, Othniel Charles
«Non c’era un gruppo di esemplari più grandi e un altro più piccolo, con corna e canini più ridotti», ha spiegato. «Mi sono quindi chiesto: sono davvero esempi così validi di dimorfismo sessuale? Ci sono prove concrete, nella morfologia di questi crani e, in particolare, nella distribuzione delle variazioni morfologiche osservate, che confermino questa ipotesi?»
Il confronto con i bisonti
L’analisi ha individuato alcuni possibili segnali di dimorfismo, ma non prove conclusive. Mulcahy si è allora domandato se i metodi statistici fossero abbastanza affidabili da rilevare differenze tra i sessi nei fossili, dove di norma non è possibile sapere con certezza quali esemplari siano maschi e quali femmine.
«Forse c’erano qua e là piccoli segnali di dimorfismo, ma niente di davvero concreto», ha detto. «Mi è venuta un’idea: forse le tecniche che sto usando non sono abbastanza solide da misurare il dimorfismo sessuale. Nel caso degli animali fossili, non si sa davvero quali esemplari siano maschi e quali femmine. Si può fare un’ipotesi e poi verificare se quelli che si presume siano maschi differiscono da quelli che si presume siano femmine, ma è un ragionamento circolare: si potrebbero semplicemente scegliere gli esemplari più estremi come appartenenti a un sesso e quelli meno estremi come appartenenti all’altro. È ovvio che risulterebbero diversi».
Per mettere alla prova il metodo, il ricercatore ha applicato le stesse tecniche ai bisonti moderni, grandi erbivori cornuti con caratteristiche ecologiche simili a quelle ipotizzate per gli uintateri. In questo caso il sesso degli animali era noto, permettendo di confrontare i risultati statistici con gruppi effettivi di maschi e femmine.
«Quando si studiano animali viventi, basta prendere i maschi, prendere le femmine e confrontarli», ha detto Mulcahy. «I bisonti sono un altro grande erbivoro, con un’ecologia simile a quella ipotizzata per gli uintateri, e hanno anche loro grandi corna. Ho notato che nei bisonti i segnali di dimorfismo che rilevavo erano molto più chiari. L’analisi mostrava una corrispondenza quasi perfetta: tutte le femmine erano più simili alle femmine e tutti i maschi ai maschi».
Una convinzione da riconsiderare
Il confronto indica che le tecniche utilizzate riescono a rilevare differenze sessuali marcate quando sono presenti. Questo rafforza l’ipotesi che Uintatherium anceps non avesse il forte dimorfismo attribuitogli tradizionalmente. I risultati, tuttavia, non dimostrano che maschi e femmine fossero identici: suggeriscono soltanto che le differenze estreme ipotizzate in passato trovano scarso sostegno nei crani esaminati.
Mulcahy ha anche osservato che l’interpretazione tradizionale potrebbe risentire delle convinzioni scientifiche e culturali diffuse quando gli uintateri furono studiati per la prima volta, alla fine del XIX secolo. I paleontologi dell’epoca tendevano a dare per scontato che i maschi fossero più grandi e imponenti delle femmine.
«Era il periodo in cui stavano prendendo forma la teoria dell’evoluzione, la selezione sessuale, la selezione naturale e tutto il resto», ha detto. «È importante ricordare che questi animali furono scoperti per la prima volta alla fine dell’Ottocento da un gruppo di paleontologi uomini, immersi in una mentalità tipicamente vittoriana. Si dava praticamente per scontato che i maschi fossero più grandi e più minacciosi delle femmine. È molto interessante: quando ci si ferma a verificare davvero questa ipotesi, non sembra reggere».
Il dimorfismo nei mammiferi
La ricerca riapre anche una questione più ampia: come distinguere il dimorfismo sessuale dalla normale variabilità all’interno di una specie quando si studiano mammiferi estinti. Se non esistono prove indipendenti sul sesso dei singoli fossili, le differenze di dimensioni e anatomia possono essere difficili da interpretare.
Secondo Mulcahy, il forte dimorfismo a favore dei maschi potrebbe essersi evoluto più volte in modo indipendente nei mammiferi, anziché essere una caratteristica ereditata dai loro antenati. A sostegno di questa ipotesi cita recenti studi sui mammiferi viventi, secondo cui i maschi più grandi non rappresentano una regola universale.
«È probabile che un forte dimorfismo sessuale, con maschi grandi e robusti, non fosse presente all’origine dell’albero evolutivo dei mammiferi e che, tra i mammiferi in cui oggi osserviamo questo schema, sia comparso indipendentemente diverse volte», ha detto Mulcahy. «A lungo si è dato per scontato che il dimorfismo sessuale fosse la norma e che nella maggior parte delle specie i maschi fossero più grandi delle femmine. Ma solo un paio di anni fa è stato pubblicato uno studio secondo cui, tra i mammiferi viventi, la maggior parte delle specie non presenta dimorfismo oppure ha femmine più grandi. L’idea che i maschi siano sempre più grandi delle femmine dipende davvero dagli animali che si sceglieva di osservare e da quelli a cui i biologi del passato erano interessati».
Lo studio, intitolato «Le misurazioni morfometriche lineari non confermano un forte dimorfismo sessuale in Uintatherium anceps», è firmato da Kevin D. Mulcahy ed è stato pubblicato il 7 ottobre 2026 su PLOS ONE. DOI: 10.1371/journal.pone.0345236. Per seguire gli aggiornamenti su Google e Google News.
Fonte: scitechdaily.com
