Perché il Gemelli è diventato l’ospedale dei papi
A Roma, Giovanni Paolo II, Francesco e Leone XIV sono stati ricoverati al Policlinico Gemelli. Il legame con il Vaticano risale alla fondazione dell’ospedale.
Un ospedale può diventare, per un papa, una seconda casa. Giovanni Paolo II lo definì «il Vaticano numero tre», dopo San Pietro e Castel Gandolfo, la storica residenza estiva dei pontefici. Lo disse nel 1996, recitando l’Angelus dalla finestra del Policlinico Gemelli di Roma, dove era ricoverato. La battuta richiamava i numerosi interventi e ricoveri affrontati lì, ma anche il legame storico tra l’ospedale e la Santa Sede. Un rapporto stretto, anche se il Vaticano non possiede né gestisce direttamente il policlinico.
Il legame tra il Gemelli e il Vaticano
Il ruolo della Santa Sede fu importante fin dalla fondazione. Nel 1934 papa Pio XI mise a disposizione dell’Istituto Giuseppe Toniolo, ente fondatore dell’Università Cattolica, un terreno a Monte Mario, nella zona nord-occidentale di Roma. Lì sarebbero sorti la facoltà di Medicina dell’ateneo e il policlinico annesso. L’Università Cattolica è privata, ma opera secondo le leggi italiane e mantiene un legame molto stretto con il Vaticano: nel suo consiglio di amministrazione viene sempre nominato un rappresentante della Santa Sede. Nel 2015 l’ateneo e l’Istituto Toniolo crearono la fondazione che oggi gestisce il Gemelli.

L’ospedale fu fondato ufficialmente nel 1964, durante il pontificato di Paolo VI. La consuetudine dei ricoveri papali al Gemelli cominciò però con Karol Wojtyła, diventato papa con il nome di Giovanni Paolo II. Nel 2009 gli fu dedicata una statua nel piazzale dell’ospedale. Prima di lui, i pontefici venivano visitati e, se necessario, operati in sale appositamente attrezzate nel Palazzo Apostolico, la loro residenza.
L’attentato a Giovanni Paolo II
Il 13 maggio 1981 Wojtyła fu portato d’urgenza al Gemelli dopo l’attentato in piazza San Pietro. Mentre attraversava il piazzale sulla papamobile, fu colpito all’addome da due proiettili sparati a distanza ravvicinata da Mehmet Ali Ağca, un ventitreenne turco appartenente a un’organizzazione terroristica. L’intervento durò più di cinque ore e riuscì. Convinto di essere sopravvissuto anche grazie alla Madonna di Fatima, l’anno seguente il papa donò al santuario portoghese uno dei proiettili estratti dal suo corpo. Il proiettile fu incastonato nella corona della statua della Madonna.

Da quel ricovero, quando necessario, il decimo piano dell’edificio principale viene riservato al pontefice. I giornali lo chiamano spesso «appartamento papale», ma si tratta in realtà di un’ala ospedaliera riservata, dotata anche di una cappella.
Il ricovero di Leone XIV
Quando papa Leone XIV è stato ricoverato per essere operato a un tumore al polmone, pochi giorni fa, l’area del decimo piano normalmente destinata al papa era in ristrutturazione. Il pontefice è stato quindi sistemato in un altro reparto dello stesso piano, occupato in quel momento soltanto da lui e dal suo entourage. Giovanni Paolo II e Francesco recitarono l’Angelus — la preghiera che il papa tradizionalmente condivide con i fedeli ogni domenica — dalla finestra del decimo piano, rivolgendosi alle persone raccolte nel piazzale. Anche Leone XIV ha in programma di farlo domenica, prima di rientrare in Vaticano all’inizio della prossima settimana.

Sicurezza e riservatezza
L’accesso all’area riservata è normalmente controllato dalla sicurezza del policlinico, dalla Polizia di Stato e dalla Gendarmeria vaticana, il corpo di vigilanza dello Stato pontificio. Nicola Cerbino, addetto stampa del Gemelli, spiega che l’ospedale è diventato un riferimento anche per la riservatezza e la sicurezza che può garantire. «Quando arrivano in Italia presidenti o personalità politiche di rilevanza internazionale», dice Cerbino, «siamo sempre contattati dalla Farnesina o dalle ambasciate, nel caso in cui abbiano bisogno di rivolgersi a strutture ospedaliere italiane durante le loro visite di Stato».
I ricoveri dei pontefici al Gemelli
Dopo l’attentato, Giovanni Paolo II fu ricoverato al Gemelli una decina di volte. Tra i motivi ci furono un’infezione, un tumore benigno all’intestino, un’appendicite, una lussazione alla spalla dopo una caduta, le conseguenze di un’influenza e una frattura del femore, anch’essa dovuta a una caduta. Vi trascorse anche gli ultimi giorni di vita, prima di essere trasferito in Vaticano, dove morì.
Benedetto XVI non fu mai curato al Gemelli, ma vi si recò per visite istituzionali e quando fu ricoverato suo fratello maggiore, il sacerdote Georg Ratzinger. Francesco, invece, vi fu ricoverato quattro volte. L’ultimo ricovero durò cinque settimane; un mese dopo le dimissioni, il 21 aprile 2025, il papa morì.
Le alternative al Gemelli
Essere chiamato «l’ospedale del papa» non significa che il Gemelli sia l’unica struttura a cui i pontefici possono rivolgersi. La scelta dipende dalle necessità: nel 2009 Benedetto XVI fu ricoverato all’ospedale Umberto Parini di Aosta per una frattura al polso destro, dopo una caduta nella residenza di Les Combes, in Valle d’Aosta. Nel 2019 Francesco fu invece operato di cataratta all’ospedale Pio XI di Roma.
A orientare la scelta del Gemelli non sono soltanto la vicinanza e la tradizione, ma anche la fiducia nei medici e la loro reputazione professionale. Il policlinico è considerato un centro d’eccellenza in Italia per l’assistenza specialistica e la ricerca scientifica, e figura ai primi posti nelle principali classifiche degli ospedali italiani.
Chi coordina le cure del papa
In passato il pontefice era seguito da un medico personale, l’archiatra pontificio. Oggi l’assistenza è coordinata dal responsabile dei servizi sanitari del Vaticano, che guida una squadra di medici e infermieri e accompagna il papa nei viaggi istituzionali. L’incarico è attualmente ricoperto dal dottor Luigi Carbone, ricercatore universitario dell’Università Cattolica e dirigente responsabile del pronto soccorso dell’ospedale Isola Tiberina, a Roma. Durante un ricovero, alle cure partecipano anche i medici del policlinico, scelti in base alle competenze richieste dalla patologia o dall’intervento.

