Navi arrugginite giacciono nella sabbia, a chilometri dall’acqua: sono ciò che resta di un lago un tempo immenso e il simbolo di una delle più grandi catastrofi ambientali provocate dall’uomo. Si tratta del lago d’Aral, tra Kazakistan e Uzbekistan, che fino a pochi decenni fa era il quarto lago più grande del mondo, con una superficie di circa 68.000 chilometri quadrati. Oggi gran parte del suo antico fondale è diventata il deserto di Aralkum.
Le cause della scomparsa del lago d’Aral
La quasi scomparsa del lago non è stata causata soltanto da fenomeni naturali. A determinarla furono soprattutto le scelte delle autorità sovietiche, che puntavano a convertire vaste aree dell’Asia centrale in terreni agricoli. Il processo iniziò con grandi opere di irrigazione, avviate già negli anni Trenta del Novecento e intensificate soprattutto negli anni Sessanta.
Le autorità deviarono le acque dei fiumi Amu Darya e Syr Darya, che per secoli avevano alimentato il lago, per irrigare coltivazioni di cotone, riso, cereali e altri prodotti. Molti canali, però, erano costruiti male: enormi quantità d’acqua si disperdevano per evaporazione o filtravano nel terreno. In alcuni sistemi le perdite raggiungevano il 75 per cento.
Il crollo della pesca e il cimitero delle navi
Gli effetti furono presto evidenti. Negli anni Sessanta il livello del lago scendeva in media di 20 centimetri all’anno; negli anni Ottanta il calo arrivò a 90 centimetri annui. Con il ritiro delle acque aumentò la concentrazione di sale, mettendo sempre più a rischio la vita acquatica. L’industria della pesca, da cui dipendevano migliaia di famiglie, crollò quasi del tutto.
Uno dei luoghi in cui la trasformazione è più visibile si trova vicino a Muynak, un’ex città portuale dell’Uzbekistan. Qui il cosiddetto cimitero delle navi raccoglie i resti dei pescherecci che un tempo navigavano sul lago e che ora sono abbandonati nel deserto.
Le conseguenze per ambiente e popolazione
La scomparsa dell’acqua ha avuto conseguenze anche sulla salute e sull’ambiente. Il vento solleva dal fondale prosciugato sale, polvere e residui di pesticidi e di altre sostanze chimiche impiegate per decenni in agricoltura. Il suolo è diventato sempre meno fertile e il clima locale è cambiato. La popolazione ha dovuto fare i conti con la perdita del lavoro e il peggioramento delle condizioni di vita; molte persone, alla fine, sono state costrette a lasciare le proprie case.
La ripresa della parte settentrionale
La storia, tuttavia, ha anche un risvolto più incoraggiante: una parte del lago ha cominciato a riprendersi. Nel 2005 il Kazakistan ha costruito la diga di Kok-Aral, che trattiene l’acqua nella sezione settentrionale. Da allora il livello è salito, la salinità è diminuita e la pesca ha ripreso gradualmente.
Secondo i dati delle autorità kazake, nei primi sei mesi del 2026 sono state pescate circa 4.200 tonnellate di pesce nella parte settentrionale del lago d’Aral. La ripresa, però, non significa che l’intero lago tornerà alle dimensioni originarie: vaste porzioni dell’antico fondale sono ancora deserto e la parte meridionale è rimasta quasi completamente priva d’acqua.
Come scrive Nova.rs, il lago d’Aral è diventato uno degli esempi più emblematici delle conseguenze di una gestione irresponsabile delle risorse naturali. La sua sorte mostra quanto rapidamente l’uomo possa trasformare un intero ecosistema e quanto sia difficile rimediare ai danni accumulati nel corso di decenni.
