Ritiri per sfogare la rabbia: la scienza avverte, può aumentare
In Spagna e negli Stati Uniti si organizzano incontri soprattutto per donne, tra urla, rituali e attività di gruppo. Ma lo psicologo Brad Bushman avverte che sfogarsi può alimentare collera e aggressività.
Urlare insieme, colpire oggetti e partecipare a rituali collettivi per esprimere la collera: i ritiri dedicati alla rabbia stanno attirando l’attenzione dei media internazionali. Ma, secondo la ricerca scientifica, sfogarsi in modo intenso potrebbe aumentare la rabbia anziché ridurla. La questione è particolarmente delicata quando si parla di donne, spesso scoraggiate dall’esprimere la propria collera.
Le iniziative in programma hanno forme e prezzi molto diversi. In Spagna, dal 17 al 22 novembre, si terrà Angry Daughters («figlie arrabbiate»), un ritiro per donne organizzato da Ashley Velvet Frost all’Amara Valley Nature Retreat, a Porqueres, nella provincia di Girona, vicino a Banyoles. Il costo è di 1.800 euro per una camera quadrupla, 2.200 per una doppia e 1.200 per chi porta la propria attrezzatura da campeggio o la roulotte. I prezzi comprendono pasti e attività, ma non il viaggio.
Il programma prevede esercizi sulla voce e sul movimento, cerimonie della rabbia e percorsi di liberazione emotiva di gruppo. Una giornata sarà dedicata in particolare a esprimere la collera e a lavorare sui limiti personali. Altre proposte vanno dagli incontri gratuiti per urlare ai soggiorni in luoghi appartati o nei resort di lusso. Lo Scream Club, fondato nel 2025 da Emanuel Hernandez ed Elena Soboleva, organizza per esempio appuntamenti in cui i partecipanti gridano insieme sulle rive del lago Michigan, a Chicago. In tutti questi casi, l’idea comune è offrire uno spazio per liberare la rabbia accumulata.
Di recente, sull’Isola di Man, si è svolto Dare to Rage: tre notti in una baita, un’esperienza in una rage room nel bosco — una stanza in cui si possono rompere oggetti — e un rituale collettivo della rabbia. Il programma comprendeva anche esercizi di respirazione e movimento, cerchi di condivisione, una sauna in spiaggia e una cerimonia del cacao. L’iniziativa, rivolta alle donne, era organizzata da Mabel e Kali, di Amsula Ayurveda.
Che cosa propongono i ritiri
Chi organizza queste attività le presenta come occasioni per dare spazio a un’emozione spesso repressa. «I ritiri dedicati alla rabbia e i ritiri con rituali della rabbia sono spazi sacri che offrono un modo sicuro per liberare l’emozione che ribolle dentro di noi: la rabbia», scrive sul proprio sito Lumalia Armstrong. Si descrive come «professionista del benessere somatico, organizzatrice di ritiri per donne, fotografa, artista, mamma, scrittrice e ricercatrice di archetipi floreali e creatrice di esperienze che li riguardano».
Secondo Armstrong, la collera inespressa può trasformarsi in rabbia che esplode in modi dannosi. A suo avviso, molte persone hanno imparato a considerare negative la collera e la rabbia, e quindi a evitarle, reprimerle o metterle a tacere. Un rituale della rabbia, sostiene, si oppone «all’oppressione coloniale delle emozioni e delle nostre espressioni animali», capacità che, secondo la sua interpretazione, le società, le culture e le religioni occidentali avrebbero demonizzato per creare rapporti di superiorità, oppressione e sottomissione e separare le culture. La domanda che pone è: «E se la tua rabbia fosse sacra?».
Con il suo Holy Rage Retreat, Armstrong vuole offrire alle partecipanti uno spazio per esprimere la collera «in modo che non faccia male né a noi né agli altri». L’incontro è previsto a Portland, in Oregon, negli Stati Uniti, nel maggio 2027. Sarà un ritiro intimo di mezza giornata, rivolto, spiega Armstrong, «alle donne stanche di minimizzare la propria collera, portarla da sole o aspettare che si trasformi in risentimento, insensibilità, esaurimento o in un’esplosione prima di trovare un modo per esprimerla».
Il programma prevede movimento somatico, suono, scrittura, rituali, ascolto e sostegno reciproco, riposo ed espressione creativa. Ogni partecipante potrà scegliere a quali attività prendere parte. L’obiettivo, nelle parole di Armstrong, è esplorare «come la rabbia possa diventare una fonte di informazioni anziché un nemico».
Lo sfogo può alimentare la rabbia
Molte descrizioni di questi ritiri trattano la rabbia come un’energia fisica che si accumula nel corpo e deve trovare una via d’uscita, come un palloncino pieno di liquido che rischia di scoppiare. Ma questa rappresentazione è riduttiva e, secondo diversi studi, non è sostenuta dalle prove disponibili: la ricerca sulla rabbia e sulla catarsi non sembra confermare che «liberare la rabbia accumulata» migliori il benessere psicologico.
Brad Bushman, professore di psicologia sociale alla Ohio State University e studioso di rabbia e aggressività, mette in dubbio la premessa di questi incontri. È coautore di una metanalisi pubblicata nel 2024, basata su 154 studi e 10.189 partecipanti, secondo cui i risultati sono migliori quando si riduce l’attivazione fisiologica, anziché aumentarla. «I ritiri dedicati alla rabbia sono una pessima idea dal punto di vista scientifico. Urlare e colpire oggetti probabilmente aumenta la rabbia invece di ridurla», afferma.
Bushman riassume la sua posizione con un paragone: «Sfogarsi è come cercare di spegnere un incendio con la benzina: non fa che alimentare le fiamme». Secondo il ricercatore, queste pratiche aumentano l’attivazione e possono favorire il rimuginio sui pensieri aggressivi, facendo crescere collera e aggressività.
Il sollievo immediato riferito da chi partecipa, però, è reale. «Le nostre ricerche mostrano la stessa cosa. Alle persone arrabbiate piace sfogarsi», osserva Bushman. «Ma quella sensazione piacevole non fa che rafforzare il comportamento aggressivo». Il punto, quindi, è distinguere tra sentirsi meglio subito dopo uno sfogo e imparare a gestire la rabbia in modo più efficace. Gli effetti di questo tipo di pratica, aggiunge, «sono simili negli uomini e nelle donne», anche se la maggior parte dei ritiri è rivolta alle donne.
Reprimere la collera non è la risposta
Bushman non considera efficace neppure reprimere la rabbia: «Reprimere la rabbia non è efficace, perché può provocare malattie cardiovascolari». In alternativa, suggerisce attività che aiutino a ridurre l’attivazione, come «la meditazione, la mindfulness, il rilassamento e lo yoga». E avverte che abbinare uno sfogo intenso a esercizi calmanti non risolve il problema: «Sfogarsi annullerà gli effetti positivi della respirazione e del rilassamento».
Anche il ruolo del gruppo, secondo il ricercatore, dipende da come sono condotti gli incontri. «Se le persone si limitano a sfogarsi durante le conversazioni di gruppo, le cose peggioreranno. Se invece a condurre le conversazioni sono dei terapeuti, che incoraggiano i partecipanti ad affrontare la rabbia in modo più efficace, potrebbe funzionare». A chi vive costantemente nella collera o nella frustrazione, Bushman consiglia di «rivolgersi a un terapeuta qualificato che conosca la ricerca scientifica sull’argomento».
La rabbia delle donne e il peso delle aspettative
La psicologa Olga Barroso, specializzata in violenza di genere, trauma e attaccamento, invita a considerare il diverso modo in cui la società reagisce alla collera femminile e a quella maschile. «È molto importante riflettere sulla rabbia o sulla collera quando a provarle sono le donne. La nostra cultura, infatti, non reagisce allo stesso modo quando una donna manifesta la propria collera o rabbia e quando lo fa un uomo. Inoltre, non ci viene insegnato a gestirla allo stesso modo. In generale, noi donne veniamo punite quando la esprimiamo e incoraggiate a reprimerla».
Per questo, spiega Barroso, sono importanti le iniziative che aiutano le donne a riconoscere la rabbia, a capire se nasce da un trattamento ingiusto e a ritrovare l’equilibrio emotivo. «Soprattutto, è importante che l’ingiustizia subita venga riparata». Resta però da valutare «se i ritiri dedicati alla rabbia siano la soluzione migliore».
Quando si prova rabbia, osserva la psicologa, il livello di attivazione deve prima aumentare: questo può aiutare a riconoscere un’ingiustizia e a trovare l’energia per capire che cosa è successo — e se si è trattato davvero di un’ingiustizia — e porvi rimedio. Poi, aggiunge, il disagio va espresso in modo sano, così da ridurre l’attivazione.
«Per me è essenziale non colpire tanto per colpire, ma esprimere di aver subito un’ingiustizia, riconoscendo che abbiamo subito qualcosa di ingiusto e offrendoci comprensione, oppure ricevendola da qualcuno che vede l’ingiustizia, non resta indifferente e mostra empatia», spiega Barroso. A suo giudizio, l’empatia — verso se stesse o da parte di un’altra persona che riconosce l’ingiustizia e ascolta il disagio — è «uno degli strumenti più efficaci per ridurre quel disagio».
La psicologa conclude che i ritiri per donne possono avere un valore, a condizione che siano condotti con professionalità e con un approccio scientifico, e che sia chiaro perché e a quale scopo vengono organizzati. In quel caso, sostiene, possono aiutare le partecipanti a uscire da una gestione della rabbia fondata sulla repressione e sul «fare le brave bambine», un modello che definisce «così nocivo e limitante».
