Una leucemia diagnosticata a 25 anni non impedì ad Alphonso Ford di diventare uno dei più grandi realizzatori del basket europeo. Continuò a giocare, spesso senza rivelare ai compagni quanto fosse grave la sua condizione, e il premio per il miglior marcatore dell’Eurolega porta ancora oggi il suo nome.
Dalle stelle del college alla NBA
Nato il 31 ottobre 1971 a Greenwood, nel Mississippi, Ford era stato una delle stelle offensive più brillanti del basket universitario statunitense. In quattro stagioni con la Mississippi Valley State University, un piccolo ateneo, segnò quasi 30 punti di media a partita. Fu il primo — e finora l’unico — giocatore di quell’università a raggiungere la NBA.
Scelto al numero 32 del draft, giocò appena sei partite con Seattle e cinque con Philadelphia. Non è raro che un campione universitario fatichi a imporsi nella NBA. Nel caso di Ford non è facile individuare una sola causa, ma la statura di 185 centimetri attribuitagli all’epoca poteva essere uno svantaggio per una guardia tiratrice, ruolo diverso da quello del playmaker.
Ford decise quindi di cercare spazio altrove. Dopo una parentesi in Cina, dove fu inserito nel quintetto ideale del campionato e nominato miglior esordiente dell’anno, nel 1995 firmò per l’Huesca, in Spagna. Segnò 25,1 punti di media e poi si trasferì al Papagou di Atene, diventando subito il miglior realizzatore del campionato greco. La sua carriera europea sembrava in piena ascesa.
La diagnosi di leucemia
Poi arrivò la diagnosi. «Dopo l’ultima partita della stagione 1996-97 ho cominciato ad avvertire dolori alla schiena. Non ci ho dato troppo peso. Sono andato in America per le vacanze e ho iniziato a giocare a basket per mantenermi in forma, ma i dolori non passavano. Il medico di famiglia mi ha mandato a fare degli esami. È stato allora che è emerso che avevo un grave problema al sangue. È stata un’esperienza spaventosa. Ho trascorso un’intera settimana in ospedale per gli accertamenti. Ero molto spaventato, non lo nascondo. Mi passavano per la testa tante cose. All’inizio pensavo alla mia vita, poi alla carriera», raccontò Ford.
Dopo aver consultato un ematologo, scoprì che esisteva una terapia che avrebbe potuto aiutarlo. Decise di curarsi con un obiettivo preciso: tornare a giocare. Per circa un anno rimase lontano dai campi e tenne la malattia riservata. A conoscere la sua condizione erano soltanto le persone a lui più vicine; al pubblico era stato detto che aveva «un problema al sangue».
Conclusi i trattamenti, tornò in Grecia e firmò per lo Sporting di Atene in vista della stagione 1998-99. Dopo un anno senza giocare e una grave malattia alle spalle, le aspettative potevano essere contenute. Ford, invece, tornò a essere il miglior realizzatore del campionato.
Il dominio in Grecia e il record in Eurolega
La sua arma principale era la capacità di costruirsi da solo un tiro. Gli bastavano poco spazio e pochi istanti: aveva un rilascio rapido, era esplosivo, efficace nell’uno contro uno e pericoloso nel tiro dopo il palleggio. Poteva colpire da fuori o attaccare la difesa appena si apriva un varco. Gli avversari sapevano che avrebbe sostenuto gran parte del peso offensivo, ma spesso non riuscivano a fermarlo.
Ford passò al Peristeri e la storia si ripeté: fu il miglior realizzatore del campionato greco anche nella stagione 1999-2000. L’anno successivo, in un periodo di divisione del basket europeo tra l’Eurolega ULEB e la SuproLeague FIBA, il Peristeri ebbe l’occasione di esordire in Eurolega.
Ford si presentò sul palcoscenico più prestigioso d’Europa segnando 35 punti contro l’Estudiantes. Il Peristeri chiuse la fase a gironi con sette vittorie e tre sconfitte, ma fu eliminato al primo turno della fase a eliminazione diretta dal Tau Cerámica, poi finalista. Nella prima partita contro gli spagnoli Ford realizzò 41 punti, su un totale di 79 della sua squadra. Il record dell’Eurolega rimase imbattuto per quasi vent’anni, finché Shane Larkin non lo superò. La prestazione di Ford è oggi quinta nella classifica di tutti i tempi.
Non furono exploit isolati: con 26 punti di media, Ford fu il miglior realizzatore dell’Eurolega in quella stagione. Anche in Grecia continuò a dominare. Per la quarta volta conquistò il titolo di miglior marcatore e, in quell’occasione, fu anche nominato miglior giocatore, l’MVP. Trascinò il Peristeri al terzo posto in campionato, dietro alle grandi Panathinaikos e Olympiacos.
Il carattere fuori dal campo
Il passo successivo fu l’ingresso in una delle principali squadre greche. L’Olympiacos gli offrì un contratto annuale da circa un milione di dollari, una cifra enorme per gli standard del basket europeo dell’epoca.
Nonostante il nuovo ingaggio, Ford continuava a ripetere ai giovani giocatori di non farsi guidare dal denaro. «Non pensare mai ai soldi, perché i soldi non definiscono una persona», diceva spesso a Ibeji Agi, giovane centro con cui aveva giocato al Peristeri e con cui era rimasto amico.
Agi raccontò anche che Ford metteva da parte una somma per ogni tiro libero sbagliato e la destinava ai bambini bisognosi. Non volle precisare l’importo, ma disse di aver assistito a numerose donazioni. Lo descrisse come un burlone e «un americano con un’anima europea». «Che persona era, che carattere aveva, che giocatore era…», ricordò Agi. Ford scommetteva con lui e con gli altri giocatori in panchina su cosa avrebbe fatto in campo, per esempio a chi avrebbe rubato la palla o contro chi avrebbe schiacciato. «Ci spennava, ma non teneva i soldi per sé. Li donava a una fondazione. Ha aiutato tante persone e non si è mai considerato una grande stella. Diceva sempre di essere soltanto un “giocatore normale”», raccontò.
All’Olympiacos Ford continuò a segnare: fu ancora il miglior realizzatore dell’Eurolega e aiutò il club del Pireo a vincere la Coppa di Grecia, il suo primo trofeo dopo quattro anni. Nella finale del campionato contro l’AEK, però, un infortunio lo costrinse a saltare le ultime due partite. Senza di lui, l’Olympiacos non riuscì a imporsi.
In campo Ford appariva sicuro e imperturbabile, ma fuori dal parquet era molto sensibile. Il suo agente e amico Nick Lotsos ricordò di averlo convocato per un colloquio dopo alcune prestazioni sottotono, con l’intenzione di spronarlo. Fu invece sorpreso di vedere gli occhi del giocatore pieni di lacrime. Ford si alzò e uscì dall’ufficio; poco dopo Lotsos lo trovò a piangere mentre parlava con un cugino. «Era così sensibile. Molti giocatori con contratti importanti non si preoccupano affatto di queste cose. Alphonso era diverso», ricordò l’agente. Lotsos lo paragonò a John Coffey, il personaggio interpretato da Michael Clarke Duncan nel film Il miglio verde: dietro un aspetto imponente, Ford nascondeva una personalità dolce e delicata.
Le Final Four con Siena
Alla scadenza del contratto, l’Olympiacos non gliene propose un altro: il club doveva ridurre notevolmente il budget. Ford si trasferì in Italia e firmò per il Montepaschi Siena, squadra ambiziosa che puntava a crescere in Europa.
Il salto di qualità arrivò: Siena raggiunse per la prima volta nella sua storia le Final Four di Eurolega. Ford non fu il miglior realizzatore della competizione, ma venne inserito nel miglior quintetto. In semifinale contro la Benetton disputò una delle sue peggiori partite: tirò con 5 su 19 dal campo e la squadra veneta vinse 65-62.
Nonostante i successi, la leucemia diagnosticata sei anni prima non era scomparsa. Durante il periodo a Siena Ford cominciò a sentirsi sempre peggio e pensò di smettere. Nell’estate del 2003, però, ricevette un’offerta dalla Scavolini Pesaro. Lotsos, diventato nel tempo anche un caro amico, ricordò le parole che Ford gli ripeteva: «One more year, boss, one more year», cioè «Ancora un anno, capo, ancora un anno».
Consapevole della gravità della malattia, Ford voleva continuare a giocare e garantire più denaro possibile alla moglie e ai tre figli. Accettò l’offerta e decise di provarci ancora.
L’ultima stagione a Pesaro
Nella stagione 2003-04 segnò più di 22 punti di media nel campionato italiano e aiutò la Scavolini a qualificarsi per l’Eurolega. La sua miglior partita arrivò il 14 marzo 2004, nella vittoria in trasferta contro Teramo: realizzò 41 punti, tirando con 15 su 22 dal campo e segnando otto triple su dieci tentativi.
Sul parquet continuava a sembrare uno dei migliori realizzatori d’Europa. Fuori, la situazione era molto diversa. Daniel Hackett, cestista italiano cresciuto a Pesaro, aveva allora 16 anni e considerava Ford uno dei suoi idoli. Anni dopo raccontò quanto fosse difficile la condizione del giocatore: «Nessuno nella squadra sapeva dei problemi di salute di Alphonso. Era una sua decisione. Lo aveva detto soltanto al medico del club, perché potesse aiutarlo con i farmaci. Non lo sapevano né gli allenatori, né i compagni, né la dirigenza. Riuscite a immaginarlo? C’erano giorni in cui non riusciva ad alzarsi dal letto, poi andava in palestra e segnava 30 punti».
Hackett ricordò anche una partita dei playoff del 2004: Ford era in panchina, esausto al punto da riuscire a malapena a tenere gli occhi aperti. Eppure continuava a giocare, mentre i compagni ignoravano la malattia contro cui stava lottando.
Ford prolungò di un altro anno il contratto con la Scavolini. «One more year, boss, one more year», disse ancora a Lotsos. Ma il 26 agosto 2004 pubblicò dal Mississippi, dove era tornato, una lettera per annunciare che non avrebbe potuto giocare la stagione successiva.
«Cari amici, vi comunico che la prossima stagione non potrò giocare per la Scavolini. I miei problemi di salute al momento non mi consentono di competere come atleta professionista. Voglio che tutti abbiate fiducia in me. Restate forti e lottate con tutte le vostre forze. Il mio cuore sarà sempre con voi. Con affetto, Alphonso Ford».
La morte e il premio in suo onore
Nel frattempo continuava a parlare al telefono con Lotsos. In una conversazione gli raccontò che la malattia gli aveva provocato grosse vesciche su tutto il corpo. L’agente cercò di incoraggiarlo e, scherzando, gli chiese se si sentisse come un extraterrestre. «Sì, è proprio così che mi sento», rispose Ford.
Lotsos non riuscì a trattenere le lacrime e interruppe la chiamata perché l’amico non se ne accorgesse. Cinque minuti dopo lo richiamò, dicendogli che la linea era caduta. Fu una delle loro ultime conversazioni. Il 4 settembre 2004, nove giorni dopo la lettera, Alphonso Ford morì per le conseguenze della leucemia.
La sua scomparsa scosse il basket europeo. Per ricordarlo, l’Eurolega intitolò a lui il premio per il miglior realizzatore della competizione: l’Alphonso Ford Top Scorer Trophy, assegnato dalla stagione 2004-05 e ancora oggi legato al nome del giocatore che fu due volte miglior marcatore dell’Eurolega.
Il primo a ricevere il premio fu Charles Smith, americano che aveva condiviso con Ford lo spogliatoio della Scavolini nell’ultima stagione. Durante la cerimonia consegnò il trofeo alla vedova, Paula, in un gesto che testimoniò quanto l’ex compagno fosse importante per chi lo aveva conosciuto.
Ford non vinse mai l’Eurolega e in NBA giocò soltanto 11 partite. Ma lasciò un segno duraturo: a più di vent’anni dalla sua morte, ogni nuovo miglior realizzatore dell’Eurolega riceve un premio che porta il suo nome, quello di un uomo che continuò a inseguire il basket anche mentre una grave malattia cercava di fermarlo.
