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Himalaya, il cameraman che ha scelto di fermarsi a 8.000 metri

Matias Myklebust seguiva Kristin Harila e Tenjen «Lama» Sherpa nel tentativo di scalare le 14 vette più alte del mondo. Sul Cho Oyu è tornato indietro, mentre gli alpinisti hanno raggiunto la cima.

Himalaya, il cameraman che ha scelto di fermarsi a 8.000 metri

Scalare le 14 montagne più alte del mondo in 92 giorni significa affrontare non solo freddo, valanghe e altitudine, ma anche una domanda decisiva: quando è il momento di fermarsi? Nel documentario «Harila – Montagne spietate», che racconta il tentativo di record di Kristin Harila e Tenjen «Lama» Sherpa, il direttore della fotografia Matias Myklebust segue gli alpinisti fino a quote estreme. Ma a un certo punto è lui a tornare indietro.

Il film mostra Harila mentre avanza sulla Shishapangma, in Tibet, a 8.027 metri, tra neve profonda e temperature gelide. È esausta e ansima. Guardando la scena, viene spontaneo chiedersi come riuscirà a completare l’impresa. E subito dopo: chi sta filmando?

Gli inizi di Matias Myklebust

Myklebust, 33 anni, è cresciuto a Oslo in una famiglia appassionata di attività all’aria aperta. Ha ricevuto la prima videocamera per la cresima e ha cominciato riprendendo il fratello, di dieci anni più grande, mentre sciava. La sua carriera è poi diventata una lunga ricerca di situazioni estreme.

Matias Myklebust con la videocamera
FOTOGRAFO: Sulle montagne dell’Himalaya Matias aveva con sé due fotocamere Sony A7s, oltre a GoPro e droni. Foto: Hans Erik Lindbom / NRK

La svolta è arrivata quando era studente a Volda, sulle Alpi di Sunnmøre, dove ha iniziato a realizzare film di sci. «Ho coinvolto tutti i compagni di classe che sapevano sciare e muoversi in montagna», racconta.

Nel 2016 una troupe francese è arrivata in Norvegia per filmare alcuni sciatori impegnati su ripidi pendii delle Alpi di Sunnmøre. Serviva un altro operatore e Myklebust accettò. Quello che doveva essere un incarico di pochi giorni si trasformò in un viaggio di quattro mesi: filmò la più grande onda da surf del mondo a Nazaré, in Portogallo, e discese sugli sci a Chamonix. Le sue riprese entrarono nel film di sport estremi «Don’t Crack Under Pressure».

Matias Myklebust sulla parete rocciosa
SULLA PARETE ROCCIOSA: Matias durante le riprese di uno spot pubblicitario. Foto: Hans Kristian Krogh-Hanssen

Matias filma mentre scende con gli sci lungo una ripida montagna
SUGLI SCI: In molti sanno sciare. In molti sanno filmare. Ma non sono in tanti a saper fare entrambe le cose contemporaneamente. Foto: Søren Rickards

Da allora ha lavorato in contesti rischiosi: è rimasto appeso a pareti rocciose, ha navigato per un mese intorno alle Svalbard, ha partecipato alla pesca del tonno rosso con Bård Tufte Johansen e ha filmato diverse celebrità in tre stagioni del programma «71 grader nord».

Il pericolo del base jumping

All’inizio della carriera ha seguito anche alcuni base jumper, cioè persone che si lanciano da edifici, antenne, ponti o pareti rocciose. Fu allora che comprese quanto potesse essere grave il pericolo. Un saltatore gli propose di provare, per capire cosa si provasse. Prima che riuscissero a organizzarsi, però, l’uomo morì. «Così gli ho semplicemente risposto: “No, grazie”», ricorda Myklebust.

Ritratto di Matias Myklebust
CI PENSO IO: Secondo il produttore cinematografico Filip Christensen, Matias era uno dei sette operatori al mondo con l’esperienza e le competenze giuste per riuscire a svolgere questo lavoro. Foto: Hans Erik Lindbom / NRK

Alcuni suoi colleghi fidati hanno filmato base jumper schiantarsi contro una parete. Lui non voleva assistere a scene simili. «Per me non aveva senso continuare a filmare. Ho smesso finché ero ancora in tempo».

Secondo le statistiche citate nell’articolo di NRK, circa un salto base su 2.000 si conclude con la morte: una probabilità dello 0,05 per cento. Eppure, rispetto alle spedizioni sulle montagne himalayane sopra gli 8.000 metri, il base jumping è molto più sicuro.

Prepararsi alla «zona della morte»

Da anni Myklebust collabora con la casa di produzione Field Productions ed era coinvolto fin dall’inizio nel progetto sul tentativo di record di Harila. Quando si è capito che mancava un operatore per le prime montagne, ha valutato se proporsi.

«Temevo che il produttore mi dicesse che non era il caso, che fosse un’idea troppo ottimistica o azzardata. Ma quando mi sono proposto come operatore, gli è sembrato un buon piano», racconta.

Secondo il produttore Filip Christensen, Myklebust era uno dei sette operatori al mondo con l’esperienza e le competenze necessarie per quel lavoro. Quando ha deciso di affrontare la cosiddetta «zona della morte», l’area oltre gli 8.000 metri, aveva poco più di un mese per prepararsi.

Matias Myklebust e Kristin Harila in una tenda sull’Himalaya
IN ATTESA: Sull’Himalaya si passa molto tempo seduti in tenda ad aspettare, per ore e ore, giorno dopo giorno, che le condizioni siano quelle giuste. Foto: Kristin Harila / Field Productions

Matias Myklebust fa il backup delle riprese nella tenda
UNA PARTE IMPORTANTE DEL LAVORO: Quando gli altri potevano andare a letto e dormire dopo ore faticose in montagna, Matias doveva ricaricare le batterie, svuotare le schede di memoria e mettere al sicuro il materiale. Foto: Field Productions

Harila gli consigliò di aumentare i carichi di allenamento, così da abituare il corpo a lavorare a lungo. «Sull’Himalaya non serve essere particolarmente veloci. La cosa più importante era allenare la resistenza muscolare», spiega Myklebust.

Dopo il lavoro correva al buio tra le colline boscose di Grefsenkollen, a Oslo. Ma per affrontare le montagne più alte del mondo serviva altro. «Così ho dormito in una tenda ipossica», racconta. Questo tipo di tenda simula la minore disponibilità di ossigeno dell’alta quota. Myklebust ha cominciato a dormire come se si trovasse a 2.500 metri, aumentando poi la quota simulata di 400-600 metri ogni notte. «Sono arrivato a 7.000 metri. A quel punto ero piuttosto stanco, sembravo un malato».

Dopo un mese di preparazione è partito per l’Himalaya. Non era mai stato sopra i 4.000 metri e si trovava a dover scalare e filmare montagne alte il doppio.

La prima vetta mancata

Nell’aprile 2023 Myklebust era in tenda con Harila e Tenjen «Lama» Sherpa a circa 7.000 metri, poco sotto la cima del Manaslu, alto 8.163 metri. Nevicate persistenti impedivano di capire se fosse possibile proseguire. Sull’Himalaya, racconta, si trascorrono molte ore in tenda ad aspettare condizioni favorevoli. E, quando gli altri possono riposare, l’operatore deve ricaricare le batterie, svuotare le schede di memoria e mettere al sicuro le riprese.

Myklebust aveva esperienza di sci su pendii ripidi e soggetti a valanghe nelle Alpi di Sunnmøre. Lo sorprese quanto poco i sherpa sembrassero concentrarsi sull’analisi degli strati di neve. «Non si fermavano a fare un profilo della neve e a esaminarne gli strati. Piuttosto, se nevicava molto aspettavano qualche giorno e poi riprovavano».

Matias Myklebust ha un’espressione triste
QUELLA SENSAZIONE: Secondo Matias, una delle cose più spaventose dell’Himalaya è che nessuno verrà a prenderti se dovesse succedere qualcosa. Foto: Matias Myklebust / Field Productions

Nel documentario Harila appare determinata a raggiungere la vetta. Il compito di Myklebust era restarle vicino finché fosse stato possibile, ma poteva anche esprimere le proprie valutazioni. «Se non ritenevo che il manto nevoso fosse sicuro, potevo dirlo, se non mi sembrava abbastanza sicuro. Ma “abbastanza sicuro” è un concetto relativo, soprattutto sull’Himalaya».

Ammette che sulle Alpi di Sunnmøre non avrebbe accettato gli stessi rischi. In psicologia, questo comportamento è collegato alla «fallacia dei costi irrecuperabili»: la tendenza a continuare un progetto perché vi si è già investito molto, anche quando fermarsi sarebbe la scelta più ragionevole. In italiano si riassume spesso con l’espressione «gettare soldi buoni dietro a quelli cattivi».

Un esempio noto è la tragedia dell’Everest del 1996, quando otto alpinisti morirono dopo aver proseguito verso la vetta nonostante l’arrivo di una bufera e la scarsità di ossigeno. Erano ormai vicini alla cima. Anche chi raggiunge una montagna himalayana ha già investito molto tempo, denaro e risorse, e rinunciare può diventare difficile. Ma dopo 20 giorni Harila, Myklebust e il resto del gruppo decisero di non tentare la vetta del Manaslu. Avrebbero proseguito verso la montagna successiva e riprovato più avanti.

La neve contaminata

Sulla strada per la Shishapangma, alta 8.027 metri, la neve era più stabile. A fermare Myklebust fu però un problema di salute. «Abbiamo sciolto la neve. E qualcuno aveva avuto la brillante idea di raccoglierla proprio dove qualcuno era andato in bagno. Così sono rimasto lì a vomitare e con la diarrea, mentre tirava vento e faceva un freddo cane».

A 7.500 metri vomito e diarrea possono diventare un pericolo mortale. «Mentre ero seduto sullo zaino a vomitare, uno sherpa si è avvicinato e mi ha fatto il pollice in su, perché non c’era sangue nel vomito. Non ho ricevuto alcuna compassione. Dovevo solo “rimettermi in sesto”. Nessuno mi avrebbe portato giù».

Kristin Harila e Tenjen Lama Sherpa in cima a una montagna
RECORD MONDIALE: Il precedente record per scalare le 14 montagne più alte del mondo era di 189 giorni. Kristin Harila e Tenjen «Lama» Sherpa ci hanno messo meno della metà del tempo. Foto: Gabriel Tarso / Field P

Per Myklebust, una delle sensazioni più spaventose dell’Himalaya è proprio sapere che, se succede qualcosa, nessuno verrà a prenderti. Il giorno dopo, però, si sentiva di nuovo bene e il tempo era favorevole. Poteva finalmente filmare la sua prima vetta sopra gli 8.000 metri.

«All’inizio della spedizione è bello filmare da dietro, verso la direzione in cui siamo diretti. Alla fine filmo verso il basso, per dare il senso dell’altezza. Cerco di documentare come cambia il paesaggio e quali sono le diverse difficoltà lungo il percorso», spiega.

Tenjen «Lama» Sherpa e Matias Myklebust nella tenda
AMICIZIA: Anche se la lingua era un ostacolo, si creano legami stretti quando si condividono una tenda e una bottiglia per fare pipì per 50 notti. Foto: Kristin Harila / Field Productions

Il 26 aprile 2023 Myklebust era sulla cima della Shishapangma, sotto il sole e un cielo azzurro, mentre riprendeva Harila e Tenjen «Lama» Sherpa. La prima vetta era conquistata. Per Harila cominciava la corsa per scalare le altre 13 più rapidamente di chiunque altro.

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Il momento di tornare indietro

Meno di una settimana dopo, il gruppo si dirigeva verso il Cho Oyu, alto 8.188 metri. Sulle montagne sopra gli 8.000 metri è normale pernottare più volte prima di raggiungere la cima. Ma ogni notte aggiuntiva allunga i tempi, un problema per chi punta a un record. Harila voleva saltare una notte e affrontare quasi 2.000 metri di dislivello in un solo giorno: nessuno aveva mai fatto prima una salita del genere su quella montagna.

Myklebust non aveva dormito la notte precedente. Avanzava filmando in uno stato di semi-incoscienza, tra raffiche di vento, temperature di 30 gradi sotto zero e neve che gli colpiva il viso. Gli restava ancora più della metà del percorso. Si chiese: «Ne vale la pena?».

«In fin dei conti era il suo progetto. Io ero lì solo per filmare lei mentre cercava di raggiungere la vetta. Se adesso mi sento stanco, come starò tra 20 ore?».

Harila e Tenjen «Lama» Sherpa continuarono, mentre Myklebust tornò indietro. Quando gli altri rientrarono, il giorno dopo, erano esausti. Harila era diventata cieca per la neve, ma avevano raggiunto la cima. Myklebust era orgoglioso anche della propria decisione: era riuscito a fermarsi.

Pochi giorni dopo rientrò in Norvegia. Per le tappe successive furono coinvolti altri operatori. Quasi nessuno riuscì a seguire gli alpinisti fino alle vette sopra gli 8.000 metri, tranne il brasiliano Gabriel Tarso, che salì su quattro delle cinque montagne in Pakistan.

Harila e Tenjen «Lama» Sherpa completarono la scalata di tutte le 14 montagne più alte del mondo in 92 giorni, stabilendo il record mondiale. Il precedente primato era di 189 giorni: impiegarono meno della metà del tempo.

Il rischio e la morte di Tenjen Sherpa

Mentre in Norvegia il pubblico affolla le sale per vedere «Harila – Montagne spietate», Myklebust sa che una parte dell’interesse nasce dal pericolo mostrato sullo schermo. «È un paradosso: nessuno vuole che vada storto qualcosa, ma molte delle storie che racconto nei miei film ruotano attorno alla suspense e al rischio di morire».

Poco meno di sei mesi dopo la sua salita sulla Shishapangma, Tenjen «Lama» Sherpa tornò sulla montagna con un’altra donna che puntava a un record. Poco sotto la cima fu travolto da una valanga. Tra le persone che tentano di raggiungere la vetta della Shishapangma, una su 12 perde la vita: il rischio è dell’8 per cento.

La notizia della morte del compagno di spedizione non colse Myklebust del tutto di sorpresa, anche se fu dolorosa. «Non mi ha sorpreso che lì si fosse staccata una valanga. Probabilmente è un meccanismo di difesa: non posso farmi cogliere alla sprovvista quando muore qualcuno».

Durante la spedizione, racconta, si erano creati legami stretti nonostante la barriera linguistica: avevano condiviso la tenda e la bottiglia usata per fare pipì per 50 notti.

Un’esperienza irripetibile

A Myklebust viene chiesto se berrebbe un bicchiere d’acqua sapendo che c’è l’8 per cento di probabilità di morire. «No, perché sarebbe un rischio molto evidente, concentrato in un momento preciso. Quando scalo una montagna, il rischio si distribuisce su più giorni. Allora penso di non far parte delle statistiche negative».

E rifarebbe quell’esperienza? «No, non voglio rifarlo, perché l’ho già fatto. Ma non vorrei essermi perso questa esperienza. In un certo senso, ho raggiunto il massimo come fotografo di spedizioni. Il passo successivo, semmai, sarebbe andare nello spazio…».

«Sì?»

«Mi piace stare vicino alle persone in situazioni estreme, ma non è necessario che siano così estreme. Posso provare la stessa adrenalina anche andando a pesca», dice Myklebust.

L’articolo è firmato dal giornalista Ole Kristian Årdal ed è stato pubblicato da NRK l’10 ottobre alle 18:31.

Matias Myklebust riprende uno sciatore mentre scende lungo un ripido versante montuoso
SPORT ESTREMI: Le riprese realizzate da Matias con la troupe cinematografica francese sono entrate a far parte del film sugli sport estremi «Don’t Crack Under Pressure». Foto: Thierry Donard / Nuit de la Glisse

Matias Myklebust riprende onde gigantesche in Portogallo
SULLA SCOGLIERA: Matias riprende la più grande onda da surf del mondo a Nazaré, in Portogallo. Foto: Thierry Donard

Matias Myklebust con un tonno rosso
A PESCA: Matias ha dovuto dare una mano come pescatore mentre documentava la caccia al tonno rosso di Bård Tufte Johansen e Lars Lenth.

Matias Myklebust pedala e filma a 71 grader nord
IN BICICLETTA: Matias ha filmato tre stagioni di 71 grader nord. Foto: Håkon Lundkvist

Matias Myklebust corre nel bosco a Grefsenkollen
RESISTENTE: Matias non è tra i più veloci, ma riesce a mantenere il corpo in movimento a lungo. Foto: Hans Erik Lindbom / NRK

Matias Myklebust e Tenjen «Lama» Sherpa parlano insieme sull’Himalaya
FOTOGRAFO E SHERPA: Tenjen «Lama» Sherpa era il compagno fisso di Kristin Harila nella scalata di tutte le montagne dell’Himalaya. Foto: Field Productions

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  • PublishedOttobre 11, 2026