Giulietta e Romeo una storia inesistente divenuta “simbolo”. di Lucio Tarzariol

Giulietta e Romeo una storia inesistente divenuta “simbolo”. di Lucio Tarzariol

 

 La Storia shakespeariana di Giulietta e Romeo che da centinaia di anni affascina e attrae persone da tutto il mondo, sarebbe solo una leggenda, una favola inventata che nasconde altre realtà a pensarlo e provarlo con documenti alla mano è lo studioso e ricercatore Vanni de Conti che dopo lunghe ricerche ha fatto riaffiorare le probabili origini; ed ecco che dopo 500 anni, si svelano gli arcani segreti di una delle storie d’amore più famose al mondo.

Diciamo subito con le stesse parole di Vanni De Conti: “che ancora oggi Verona, detta anche ‘città dell’amore’ grazie a questo storia, prolifica di turismo culturale mondano, pur non centrando nulla perché tutto è favola e leggenda grazie ad un conte di Vicenza che negli anni ’20 del 1500 scrisse questa novella, peraltro copiata e interpretata da molti altri scrittori, tra cui lo Shakespeare 70’anni dopo, che ne decretò il successo finale”. Sempre il DE Conti afferma: “Ma Giulietta e Romeo in questo lungo periodo di tempo, oltre ad essere diventata la storia d’amore più grande, è diventata molte cose. Non c’è branca nel campo artistico che non sia stata interessata da questa ideazione: dalla letteratura e poesia al teatro, dalla musica al balletto, dal cinema alla televisione al musicall. Noi autori abbiamo voluto fare un’antologia di questo lungo percorso del tema Giulietta e Romeo di Luigi Da Porto, toccando così le varie arti ed i vari autori. Ma anche, essendo che negli ultimi 30’anni   uno   studioso   inglese   espresse   e   veicolò   una   sua   ricerca   che   ha   portato a decretare un’origine ‘friulana’ come storia vera e che porterebbe all’ispirazione del tema d’amore e di morte, abbiamo vagliato e smascherato anche questa poco nobile invenzione”.

Già durante il 1800, e principalmente nella prima metà del secolo, vi fu un grande dibattito attorno a Giulietta e Romeo, in Italia, tra professori universitari. Il nocciolo della questione verteva tra una ideazione letteraria e una storia realmente accaduta e trascritta. Già Gioacchino Brognoligo di Verona, professore universitario e scrittore prolifico, sostenne e lamentò nel 1904 sulle pagine del “Giornale d’Italia”, che si facesse tanto rumore attorno alla casa di una giovinetta mai esistita, come i suoi stessi studi avevano ampiamente dimostrato. Ma la razionalità nulla poteva contro il mito di Giulietta e il Comune sborsò i denari e fece propria la sede di via Cappello.

Del resto proprio in rete, nel sito web della “Casa di Giulietta-Comune di Verona” si possono vedere le foto di come era prima e di come è diventata dopo quella casa. Vi si legge che “il balcone, proveniente da Castelvecchio – come si può vedere in una foto che ritrae Vittorio Emanuele III all’inaugurazione del Museo di Castelvecchio nel 1926 – venne inserito per ricordare gli incontri fra Romeo e Giulietta”. In sostanza fu una trovata novecentesca. Prima di allora quell’edificio era ben altro che. Infatti, non a caso, nel 1828 Heinrich Heine annotò le sue impressioni sulla “casa che si cita quale palazzo dei Capuleti, a cagione di un cappello scolpito al di sopra la porta interna”. E’ – dice il poeta – “oggidì una sordida bettola per i vetturali e i carrettieri, ed un cappello di latta, dipinto in rosso, e tutto bucato, vi è appeso come insegna”. Tuttavia, confessava poi, “luoghi come questi, un poeta li visita sempre volentieri, anche se è il primo a ridere della credulità del suo cuore”.

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Come se non bastasse, nel 1985 a Vicenza, alla conferenza per la celebrazione dei 500 anni dalla nascita dell’autore originale di Giulietta e Romeo, Luigi Da Porto, il prof. inglese C. H. Clough espose la sua tesi sul origine friulana di questa storia nata, secondo lui, da un vera storia d’amore. Questo aprì un nuovo capitolo che mischiò la storia con la leggenda. Il Clough, che aveva prodotto una sua ricerca sulla storia di Luigi Da Porto e che coinvolgeva Lucina Savorgnan. Questo studio era inerente la sua tesi di laurea nel 1960. Il documento base si titola: “Love and War in Veneto” (Amore e guerra in Veneto). Da qui inizia l’operazione culturale di Giulietta e Romeo in Friuli.

Per molti studiosi il dramma è di ispirazione medievale, nonostante Carol Gesner e J.J. Munro abbiano dimostrato come il motivo sia già presente nella letteratura greca antica nei Babyloniaka di Giamblico e negli Ephesiaka (Racconti efesii intorno ad Abrácome e Anzia) di Senofonte Efesio. In questo secondo romanzo Anzia, una donna separata dal marito a causa della sorte avversa, viene salvata da una banda di ladri di tombe. Sopraffatti dall’eroico Perilao, questi pretende da lei di sposarlo per riconoscenza, creando la stessa situazione provocata da Paride in Shakespeare. Una disperata Anzia beve una pozione che crede essere veleno, ma che come in Giulietta produce solo uno stato letargico di morte apparente. Dopo essersi risvegliata è tratta in salvo dagli stessi tombaroli, con i quali parte per altre avventure fantastiche.

Prima di approfondire gli studi dell’amico De Conti voglio ricordare altre ipotetiche origini, ad esempio la vicenda di Piramo e Tisbe, da Le metamorfosi di Ovidio, che contiene paralleli alla storia di Shakespeare: secondo la leggenda nella versione di Ovidio l’amore dei due giovani era contrastato dalle famiglie, tanto che i due erano costretti a parlarsi attraverso una crepa nel muro che separava le loro case e questa difficile situazione li indusse a programmare la loro fuga d’amore. Nel luogo dell’appuntamento – che era vicino a un gelso – Tisbe, arrivata per prima, incontra una leonessa dalla quale si mette in salvo perdendo un velo che viene stracciato e macchiato di sangue dalla belva stessa. Piramo trova il velo macchiato dell’amata e credendola morta si trafigge con la spada. Sopraggiunge Tisbe che lo trova così in fin di vita e, mentre tenta di rianimarlo gli sussurra il proprio nome, lui riapre gli occhi e riesce guardarla. Per il grande dolore anche Tisbe si uccide accanto all’amato sotto il gelso. Tanta è la pietà degli dei nell’ascoltare le preghiere di Tisbe che trasformano i frutti del gelso, intriso del sangue dei due amanti, in color vermiglio.

Tralasciando le versioni Francesi come ad esempio il poema di Arthur Brooke per soffermarsi su Romeo e Giulietta nella letteratura italiana; appare chiaro che i nomi delle due famiglie in lotta erano noti già nel Trecento, inserite da Dante nella sua Commedia (precisamente nel canto VI del purgatorio, versi 105-106-107):

“Vieni a veder Montecchi e Cappelletti,

Monaldi e Filippeschi, uom sanza cura:

color già tristi, e questi con sospetti!”

Solo i Montecchi sono originari di Verona, mentre i Capuleti (che in realtà si chiamavano Cappelletti) provengono invece da Cremona, anche se si trovano pure a Verona fino agli anni della permanenza di Dante, nell’odierna casa di Giulietta, dove la loro presenza è testimoniata anche dallo stemma del cappello sulla chiave di volta dell’arco di entrata al cortile dell’edificio duecentesco. Ma non ci sono pervenute notizie di lotte tra Cappelletti e Montecchi, mentre questi ultimi hanno portato avanti per molto tempo una lotta sanguinosa contro i guelfi (in particolare con la famiglia guelfa dei Sambonifacio). Le notizie sui Montecchi vengono dopo che furono banditi dalla città da Cangrande della Scala, dopo aver tentato un complotto contro di lui. Il contesto storico in Dante non fa riferimento alle vicende dell’amore contrariato tra gli amanti di queste famiglie, che non vi appaiono, ma parla delle due famiglie, commiserandole, dato che erano famiglie «già tristi».

Una prima struttura della trama per alcuni studiosi, si delinea nella novella di Mariotto e Ganozza di Masuccio Salernitano, composta nel 1476, ma ambientata a Siena. La sua versione della storia comprende il matrimonio segreto, il frate colluso, la mischia in cui un cittadino di primo piano viene ucciso, l’esilio di Mariotto, il matrimonio forzato di Ganozza, la pozione e il messaggio fondamentale che si smarrisce. In questa versione Mariotto viene catturato e decapitato e Ganozza muore di dolore. Sia il tono sia la trama dell’opera mostrano delle notevoli differenze dall’opera di Shakespeare: Masuccio insiste più volentieri, almeno all’inizio, sull’aspetto erotico e spensierato della loro relazione, ben lontana dall’aspetto di sacralità che avrebbe acquisito in seguito. Ganozza trangugia allegramente la pozione (la Giulietta di Shakespeare beve il narcotico con terrore e da quei suoi versi sarebbero usciti dei presagi sinistri della catastrofe che avrebbe seguito di lì a poco). L’ambientazione di Masuccio è molto più solare, mediterranea e priva dell’atmosfera gotica anglosassone, mentre la morte di Tebaldo – qui scaduto a un ignoto “onorevole cittadino” – è effetto (non immediato) di una bastonata assestatagli da Mariotto in seguito a un’animata discussione. Non vi è ancora nessun duello, né un Mercuzio.

Luigi da Porto nella sua Historia novellamente ritrovata di due nobili amanti, pubblicata nel 1530 circa, diede alla storia molto della sua forma moderna, rinominando i giovani Romeus e Giulietta e trasportando l’azione da Siena a Verona (città che ai tempi di Da Porto era strategicamente importante per Venezia), all’epoca di Bartolomeo della Scala, nel 1301-1304. Da Porto presenta il suo racconto come storicamente vero e nella trama sono già presenti elementi chiave: personaggi corrispondenti a quelli di Shakespeare (Mercuzio, Tebaldo e Paride), la rissa, la morte di un cugino dell’amata perpetrata da Romeo, il bando dalla città di quest’ultimo e la tragica fine di entrambi in cui Romeo prende un veleno e Giulietta si trafigge con un pugnale. Da Porto trovò forse ispirazione dalla visione delle due rocche scaligere presenti a Montecchio Maggiore, che appaiono in contrapposizione tra loro. Inoltre nel suo racconto paiono rispecchiarsi vicende autobiografiche, ovvero il suo amore con Lucina Savorgnan, nel contesto delle faide fra famiglie nobili in Friuli.[3] Rielaborata nelle riduzioni drammatiche Giulia e Romeo (1553) di Clizia[4] (attribuito al nobile veronese Gerardo Boldiero) e Hadriana di Luigi Groto (1578), fu ripresa da Matteo Bandello nel 1554 e inclusa nel secondo volume delle sue Novelle, che comprendeva la sua versione di Giulietta e Romeo. Bandello sottolinea la depressione iniziale di Romeo e la faida tra le famiglie e introduce la nutrice e Benvolio. L’ambientazione ormai è quella definitiva.

Ma giungiamo alle recenti rivelazioni del nostro ricercatore Vanni De Conti che su questa controversa vicenda molto ha scritto. Come un giornalista curioso inizio la sua avventura indagando questa storia per carpirne la verità. Ecco cosa scrive in premessa nel suo ultimo lavoro Il Fascino di Giulietta & Romeo, tra storia e leggenda (La vera storia di Giulietta & Romeo):

“Giulietta e Romeo è una delle opere letterarie più longeve e lette degli ultimi 500 anni, età questa che nel suo breve raggiungerà.

Un’opera del Rinascimento italiano, uscita dalla felice penna del conte Luigi Da Porto di Vicenza, uomo d’arme e letterato, grande amico di Pietro Bembo storico di Venezia e grande letterato, divenuto in seguito alla morte di Da Porto Cardinale Vaticano.

A questa affermazione sull’autore, cioè l’autore vero, originale, molti lettori sobbalzeranno sulla sedia. Per le cronache che ci avvolgono come una nuvola, la gran parte di persone al mondo crede che Giulietta e Romeo sia opera del poeta e drammaturgo inglese William Shakespeare e, non vero parimenti, che sia una storia realmente accaduta nella città di Verona.

Il celebre drammaturgo della felice tragedia “Romeo and Juliet” è solo uno dei tanti poeti e scrittori, una decina circa, che nel corso del ‘500 hanno attinto, copiato o si sono ispirati all’opera del Porto. La stessa storia vale più o meno per la città di Verona (dedicata si allo Shakespeare ma come museo a cielo aperto). Questa città, per altre storie, è conosciuta anche per l’opera lirica Aida di G. Verdi. Verona, ha ricevuto la sua dose di fama per essere presente nel titolo originale della novella di Luigi Da Porto: “Historia novellamente ritrovata di due nobili amanti con la pietosa loro morte intervenuta già nella città di Verona nel tempo del sig. Bartolommeo della Scala”, questo il titolo di origine e perché l’ambientazione della storia è fatta lì.

L’autore, per qualche motivo scelse quella città e quel titolo e, credo che, tra i motivi, quello che calza di più, sia stata la presenza del sommo poeta Dante Alighieri, maestro della lingua italiana, cioè il ‘volgare’, nella città. Di qui, scopriamo che il capitano Bartolomeo, che reggeva la città nei primi anni del 1300, è quel signore ‘bonario’, come scrive il Porto, che ospitò Dante in esilio. E, scavando più a fondo, andiamo con sorpresa a scoprire anche che i due personaggi, Giulietta e Romeo, quindi le due famiglie, Cappelletti (no Capuleti) e Montecchi, sono presenti nel Canto VI° del Purgatorio nella ‘Divina Commedia’ di Dante. Credo, che questo sia sufficiente a capire la presenza di Verona, anche se, in quella città non è mai accaduto qualcosa del genere.

Recentemente, da alcuni anni a questa parte in Italia e in qualche modo nel mondo grazie ad alcune università, circola una storia, come succede ogni tanto nel corso del tempo, che vorrebbe la celebre e blasonata novella di Da Porto, ispirata da una storia d’amore vera, cioè, come si dice, realmente vissuta nell’area del Friuli (Italia) nei primi decenni del 1500 tra l’autore, il conte Da Porto, e una sua cugina, una certa Madonna Lucina Savorgnana.

L’autore di questa più o meno lieta novella, che ha fatto riaprire l’interesse per Giulietta e Romeo, è un professore d’università inglese, un certo Mr. Cecil H. Clough, il quale, nel 1985, è stato incaricato dal Comune di Vicenza a tenere la celebrazione del 500° anniversario della nascita di Luigi Da Porto. In tale occasione, avvenuta nel Teatro Olimpico del Palladio, questo ricercatore presentò, quella che viene chiamata ‘la via friulana a Giulietta e Romeo’. Questa, sarebbe così la vera origine di quel felice testo, in auge ancor oggi fra teatro, balletto, musica, cinema, televisione, eccetera.

A questo punto, affermato quanto, la nuova proposta è ancora più utile perché ci porta a scoprire meglio la vera origine della Giulietta e Romeo, che nasce nel Friuli storico e, la sua origine, non è proprio quella storia d’amore palesata grazie alla dedica che il Da Porto fa alla, bensì, come vedremo nel testo, qualcosa di più profondo e significativo e che ha a che fare con la storia veneziana ed europea vera e propria”.

Nel suo libro, Il Fascino di Giulietta & Romeo, tra storia e leggenda (La vera storia di Giulietta & Romeo), il De Conti approfondisce, in modo chiaro e fondato, il suo pensiero volto a scoprire la vera origine della novella del Porto, semplificando la contestazione al tema proposto dal Clough nel 1985, cioè, la ‘via friulana a Giulietta e Romeo’. Dimostrando, con i documenti d’epoca ancora reperibili che la storia è inesistente e fuorviante.

Volendo iniziare a fare chiarezza, il De Conti afferma che: la casa di Giulietta, la tomba, la casa di Romeo e altre rovine a Verona sono tutti elementi posticci, suggeriti dai turisti, inglesi in particolare, del Gran Tour e olandesi, elaborati poi dai veronesi. La città di Verona si trova nel contesto della celebre novella del Da Porto perché, da un lato legata a Dante in esilio a Verona ospitato da Bartolomeo Della Scala, dall’altro, ancora per Dante con i cognomi delle due famiglie, Cappelletti e Montecchi, che l’autore prende dal Purgatorio. E poi, perché il suo autore, Da Porto, ha deciso ambientarla là. A Verona non è mai accaduta nessuna storia di Giulietta e Romeo, né queste persone come persone fisiche non sono mai esistiti, sono soltanto il prodotto di una ideazione letteraria dell’autore. Un’altra parentesi di grande interesse, forse quella più originale, è data dall’introduzione del Da Porto alla “Historia…” (dopo la dedica), che racconta nelle prime pagine del testo che: in un trasferimento (quando militava in Friuli) da Gradisca dove alloggiava alla città di Udine, un suo attendente, l’arciere Pellegrino da Verona, gli racconta questa storia sentita da suo padre e che sarebbe accaduta a Verona al tempo del Bartolomeo della Scala. Questo è il circolo serrato in cui Da Porto da le sue giustificazioni. Ma, fior di segugi storici e letterari che hanno scandagliato per tre secoli gli archivi di Verona e località intorno, non hanno trovato nulla di simile.

Altro elemento chiarito dal De Conti, è quello relativo a W. Shakespeare, “il bardo” inglese nato 35 anni dopo la morte del Da Porto, e qui si capisce subito tutto. A questo autore piuttosto, va dato il merito, anche grazie alla lingua inglese e la cultura del nord Europa, di aver reso maggiormente nota la novella di Giulietta e Romeo che conosciamo.

La storia originale di Da Porto, è una pura ideazione letteraria, un racconto che oggi si dice “fiction” e che allora definivano ‘novella’. Anche per questo il tema veniva confuso col reale: poteva essere benissimo una storia vera.

Questa grande opera letteraria, come ci dicono gli studiosi, è attinta al 50-60% dal Masuccio Salernitano e la sua novella ‘Mariotto e Giannozza’, edita nella seconda metà del 1400, prima della nascita del Da Porto. Il rimanente sarebbe opera della fantasia del Porto con ispirazioni qua e là al Petrarca, al Boccaccio, e a volte a Dante e forse altri.

Ecco la conclusione dell’Autore, che si pone la seguente domanda, una novella d’amore o una storia di potere?

Ora che abbiamo rifatto una memoria essenziale, torniamo per un momento alla tomba di Giulietta e Romeo e al finale della novella.

L’ultima scena a me suggerisce lo scenario della tomba di Dante a Ravenna e alla connessione con Bembo, piuttosto della chiesa dei frati a Verona o l’altrettanto francescana a Udine: è’ Bernardo Bembo che ha voluto e finanziato quel sepolcro e, questo Bernardo, era il padre di Pietro Bembo.

Poi ancora, il Marcolini, stampatore-editore, che ha fatto la stampa della terza edizione della novella nel 1539, dedicandola ‘al Cardinal Bembo’: col titolo “Rime et Prosa di Messer Luigi da Porto”, forse sapeva, forse aveva già capito tutto. Lucina era la musa per Da Porto, come Fiammetta per Boccaccio, Laura per il Petrarca, Beatrice per Dante. Vi pare poco questo?

Come abbiamo visto, Da Porto comincia con un titolo: “Historia novellamente …” e un disegno: una Nemesi o dea della notte e della giustizia, e alcune scritte su questo disegno ci vengono a informare che, ‘giustizia è fatta o sarà fatta! Quindi, mi chiedo, verrà fatta dentro il testo che si va leggendo o nel tempo?

Se giustizia invece si riferisse all’ostinata rivalità tra le due famiglie, abbiamo già visto e non mi pare che queste, Cappelletti e Montecchi, riguardino questo senso di giustizia – ma lasciamo innanzitutto perdere quest’ultima perché nella storia reale delle due famiglie Savorgnan questa diaspora non è mai avvenuta. Questo è solo ciò che dicono Clough e i suoi epigoni. Ricordate la dedica a Lucina? Nel titolo c’è scritto: “ALLA BELLISSIMA E LEGGIADRA MADONNA LUCINA SAVORGNANA”, non a Lucina Savorgnan del Monte! Ciò sta già a significare che le famiglie ‘Savorgnan dello Scaglione o di Udine’, non erano divise per nulla, lo conferma la conduzione del castello di Belgrado (oggi frazione di Varmo-UD), come esmpio!!!

Da Porto credo si riferisca piuttosto alla giustizia fatta nella ‘realtà’ da Venezia ai danni di suo zio Antonio e della famiglia Savorgnan del Torre. E’ probabile sia questa allora la giustizia auspicata?

Se questo è vero, ciò che è detto nella storia d’amore non c’entra nulla, né nella vita reale, né nella novella!

A questo punto, e non credo essere fuori luogo, voglio suggerire e proporre di fare un omaggio ad Antonio Savorgnan prima di inoltrarmi ad altri discorsi. Un ricordo, per chi non lo sapesse, per aver dato e pagato con la vita per una libertà e indipendenza del Friuli storico e da Venezia e dall’Impero e costruire così quella signoria (come a Firenze) e in Friuli mai nata.

E quelle pugnalate ed il suo sangue spegneranno per sempre, da come si è visto nella storia, questa idea di indipendenza e libertà! Non altra diatriba si forte vi succederà in Friuli fino all’arrivo di Napoleone quasi tre secoli dopo. Credo quindi, sempre più che sia questo a cui Da Porto si è riferito. Ma potrei anche sbagliarmi. Andiamo avanti e passiamo e ripassiamo in rassegna ciò che abbiamo letto e percorso in queste 150 pagine.

Da Porto, ha scritto una bellissima opera letteraria per raccontare, sotto le righe e in allegorico, sotto una bella maschera affascinata d’amore puro, vero: cioè in altra chiave di lettura come è andata a finire la storia della famiglia Savorgnan (e forse non solo). Una storia tra Venezia e Impero, che non poteva essere resa pubblica per problemi politici.

A testimonianza di quanto espongo, vi sono le date e le vicissitudini da Odissea per la pubblicazione dell Giulietta e per portarla a conoscenza del pubblico. Anonima la prima, variazione del titolo nella seconda, dedicata al cardinal Bembo (e togliendo il titolo dalla copertina) nella terza. Tutto nel corso di 9 anni. E prima, le altre date, vediamole: 1517 (secondo Clough) o 1524 (secondo Bembo) quando è stata finita. Ne deduciamo meglio che, questa ‘via friulana a Giulietta e Romeo’ non è per la storia d’amore tra Luigi e Lucina, ma piuttosto, come abbiamo visto, per qualcos’altro. Capiamo ora che quella è la storia friulana per la libertà e indipendenza. L’analisi etimologica su quanto scrive Da Porto su come è nata o ha saputo di questa storia, ritornando alla pagina 4 della novella (già più volte accennata nel corso del libro), ci dice come ha conosciuto quella storia avvenuta a Verona, cioè dall’arciere Pellegrino.

Allora, possiamo provare che tutto è stato inventato, e anche la dedica. Romeo significa ‘pellegrino’, quindi, l’arciere che racconta la storia di Giulietta e Romeo che sarebbe avvenuta a Verona è lui stesso che viene dal campo militare di Verona. Adesso vediamo un momento altri risvolti.

Riprendendo il filo del discorso, sappiamo che il matrimonio di Lucina e Francesco è stato voluto da Venezia (ci sono vari documenti che possono chiarire questo e, senza passare dall’Archivio di Stato di Venezia e perdere interminabili ore, vi può essere d’aiuto il libro “I Savorgnan” di Laura Casella edito Bulzoni). Se Luigi fosse stato davvero innamorato, cosa poteva fare davanti la Dominante? Lo stato Veneziano? Quindi, con la morte nel cuore avrebbe di certo dovuto rendersene conto. Solo così avrebbe potuto aiutarsi, psicologicamente, a vivere giorno dopo giorno, tempo dopo tempo. Ma questo è reale? Noi però, possiamo anche immaginare diversamente: cioè, che nessun amore ci sia mai stato, o se è stato, come ho detto è stato solo passeggero e temporale o solo di ammirazione per la bellezza di una parente. Nel racconto della novella circa l’amore troviamo un Eros e Thanatos in equilibrio alto per valicare forse l’oltre, il confine umano materiale ma un realtà finisce con la morte che, l’eros ha in sé. L’oltre è dopo e siamo già noi.

O piuttosto, Luigi Da Porto, che possiamo ben dire allievo del Bembo, non solo ‘amico poco men che fraterno’ (come dirà secoli dopo J. Milan), è stato uno scrittore intelligente e intellettivo ed ha mascherato con una bella e piacevole piccola opera letteraria una storia più grande di lui e veramente accaduta, che non la sua eventuale storia con Lucina? Ma, per farvi capire che quella storia

del Da Porto innamorato pazzo fino alla morte non nè vera, ne credibile, neanche nel ‘500 gli innamoramenti erano eterni. Provate a pensare ai vostri innamoramenti quanto sono durati. Il Da Porto era un uomo e non diverso da noi, forse più colto e intelligente ma un uomo. In relazione a questa paventata storia da parte di alcuni fanatici, alla fine di questo capitolo porto una ultima testimonianza: si tratta di una poesia che non può che essere stata scritta per l’amica Lucina.

Ma qualcuno ha mai pensato che quelle lettere di Antonio e Girolamo al Doge, possono essere state bugiarde? D’inganno? Non è la prima volta questa che nella storia, anche militare, si raccontano bugie. Di recente per questa ne è nata una lunga guerra in Irak.

Qualcuno ha pensato quali erano le realtà militari di allora? Senza un esercito forte non andavi da nessuna parte e, Venezia, grande sui mari, lo aveva anche in terraferma, grazie però ai capitani di ventura e mercenari, anche se guidati dalla politica veneziana. Anche il Da Porto era un ‘capitano di ventura’. Diversamente, i Savorgnan, fin dal grande Tristano hanno avuto il loro o, i loro eserciti privati. Nel periodo di cui parliamo, Antonio era il comandante in capo delle ‘milizie friulane per Venezia’ fatte prevalentemente di contadini e popolo e poteva raggiungere da 2.000 a 8.000 uomini a seconda delle esigenze. Girolamo aveva il suo, esercito molto più specialistico e professionale e, interveniva qua e là quando Venezia aveva bisogno. Questi eserciti, da Tristano in avanti, sono sempre stati finanziati da Venezia. Provate a pensare se i due capi, Antonio e Girolamo, che in parte tenevano le difese di Venezia in Friuli, avessero deciso di chiudere, il putsch sarebbe stato molto veloce. La prova era stata la ‘Rivolta Contadina del Giovedì Grasso’. Solo che alcune cose non sono andate bene. Poi, il capitano Da Porto è andato fuori scena per lo scontro in battaglia sul Natisone il 20 di giugno, Antonio è così passato all’impero per equilibrare e tener fermo quell’esercito ma anche per avere altri feudi dall’imperatore, come ha avuto. Mentre, forse, il Girolamo, che è rimasto in difesa con i suoi uomini, primo forse, non si aspettava che Venezia sequestrasse subito i beni Savorgnan del Torre, secondo, che suo cugino Antonio fosse assassinato così in fretta. E’ qui che è saltata la possibilità della Signoria sul Friuli!

Un’altra parentesi per non scontentarvi o lasciarvi l’amaro in bocca, è la seguente: supponiamo che Lucina fosse stata addirittura promessa a Luigi Da Porto da parte della famiglia, come sostiene o potrebbe sostenere qualcuno, anche e sempre per l’avvicinamento alla famiglia dei Gonzaga, come si è detto, e di cui i Da Porto erano parenti. Ma i Savorgnan avevano già fatto sposare la madre di Luigi per questo. Venezia potrebbe non averlo accettato. Visto col senno di poi, però, alcuni dei figli di Girolamo andranno a crescere e studiare dai Gonzaga. Questo avvicinamento e parentela era già avvenuto e non ne serviva un altro.

Dopo lo strappo del 1511, con Antonio, la decisione di Venezia di ricondurre a unità i due cosidetti rami o sottorami delle famiglie Savorgnan, per certi versi separate, la Dominante per avere più libertà di movimento e attorcigliarle tra loro le famiglie, a doppio filo come nel DNA, Lucina ha così dovuto sposare per via patrilineare chi ha voluto la Dominante! Sarà vero questo? Leggendo le righe di Francesco, suo marito, parrebbe di no. Probabilmente erano già innamorati, per questo Girolamo ha proposto sua nipote e non sua figlia (come si legge in Laura Casella) e Venezia ha avuto un problema in meno. Solo che non è bastato questo matrimonio per sanare lo strappo, ce ne sono voluti tre: anche il loro figlio Giovanni ha dovuto sposare la cugina Maria (vedova), poi un altro ancora.

Un’altra singolarità che troviamo ritornando un momento al conte di Lodrone zio Antonio, probabilmente, il Savorgnan all’imperatore aveva promesso la Piccola Patria, cioè Giulietta, ma la Piccola Patria non l’ha seguito seguito. Ora il nuovo è Romeo, Antonio, divenuto pellegrino in terra straniera. In uno scritto del genere si possono fare tutti voli pindarici che si vogliono, al patto però di restare fedeli ad un tema. Lo stesso sistema il Da Porto lo usa nelle sue Rime. Adesso proviamo con un’altra scena della novella per aiutarvi a capire che d’altro si tratta: se Romeo è, oltre al personaggio, anche Venezia in Friuli (a volte), come Giulietta è più personificazioni (la piccola Giulia, cioè la sorella minore di Giulia che ha sposato uno Strassoldo, o solo la Piccola Patria del Friuli,). Proviamo ad andare alla scena di Tebaldo, cugino di Giulietta, che intercetta Romeo Montecchi nel corso della città e, forse cominciamo a capire qualcos’altro e come funziona la scrittura metaforica allegorica: Romeo ferisce Tebaldo che però non si arrende e lo provoca, finquando Romeo è costretto a finirlo.

Quando Antonio Savorgnan passa dalla parte dell’impero, Venezia subito lo ferisce sequestrando i suoi beni, emettendo una taglia, e infine facendolo uccidere (non mi pare tanto lontano dal duello scenico).

Ricordiamo Il cugino Tebaldo è anche quello che Giulietta troverà in putrefazione nel sarcofago: non può essere ciò che Antonio ha lasciato nel baratro della Piccola Patria…?

Forse la mia è solo una profonda fantasia, dirà qualcuno, ma se andiamo ad analizzare tutto quanto – e ci vuole tempo, molto tempo – credo che scopriremo una Giulietta e Romeo segreta, tutt’altro che una storia d’amore ma, piuttosto, una storia di guerra e di potere.

“…Historia Iocondissima…’” (nel secondo titolo della novella), è forse stato un diversivo per non comprendere o per vendere più copie? In fondo quella storia Luigi potrebbe benissimo averla dedicata proprio a suo zio ed alla famiglia Savorgnana, di cui era parente, anche lui in parte era un Savorgnan. Cosa ci dice questo? Abbiamo già detto che la novella, o meglio il titolo, è stato modificato per un preciso scopo. E qui torniamo al perché Da Porto non l’ha pubblicata in vita. Ricordate le date? Ma perché non in vita e poi anonima? E poi il titolo variato sopra?

Credo fosse difficile ingannare l’intellighenzia veneziana ma credo anche che Da Porto l’abbia fatto bene.

Prima di terminare, desidero esprimere alcune altre note di riferimento circa la parentela e della famiglia/e Savorgnan situate a Brazzacco, e che ho già ampiamente parlato. Fino a quasi tutto il ‘700 tutto fila normalmente, ma poi nel 1830 succede un fatto: esce a Venezia un libro, “Repertorio Genealogico delle famiglie confermate nobili esistenti nelle province venete” compilato da Francesco Schröder segretario di governo (austriaco naturalmente) e, in questo prontuario si fa di tutta l’erba un fascio, come si usa dire. I Savorgnan, con qualunque nome e derivazione, vengono accomunati in una sola famiglia: di qui il grande errore conseguente e, anche, l’errore di altri studiosi che, senza approfondire molto, per semplicità, hanno usato quella risoluzione. Non credo che i Savorgnan di Udine, allora, dove un ramo si era estinto a metà ‘700 e l’altro vacillante per i debiti e si è estinto nel corso dell’800 (questo per accennare all’ingloriosa fine di questa famiglia) abbiano avuto il tempo o la voglia di andare a contestare quel prontuario di Francesco Schröder, e così oggi, ognuno può aproffitarne. Un piccolo esempio sull’ultimo periodo: l’ultimo erede di chi possedeva il feudo e castello di Ariis è stato mantenuto dai suoi ex contadini del paese, fino alla morte ai primi del ‘900.

Ritornando al ‘500 – e non ne ho parlato in questo lavoro- possiamo ignorare del tutto quella Padova esoterica e massonica in cui viveva Bembo e che Da Porto frequentava? E anche, ignorare del tutto che Luigi non appartenesse a quella o altra fraterna, o magari ai nascenti Rosacroce e, di cui egli potrebbe anche aver conosciuto personalmente quel mitico personaggio che è stato Christian Rosenkreutz. I testi ed i pensieri di Da Porto vi si avvicinano molto. Avremo modo di parlarne in seguito.

Ho iniziato con amici e l’amicizia, che risuona come nelle righe del Cicerone, e con gli amici lo chiudo. Ho già scritto: quasi fosse una sincronia del destino, Girolamo e Luigi, vecchi amici e anche parenti, moriranno nel 1529 a poche settimane di distanza. Come è bizzarra la vita!

L’ultima lettera delle celebri “Lettere storiche” di Luigi Da Porto, la n. 70 del 26 marzo 1528, indirizzata “Al mio quanto fratello onorando messer Giovanni Morello – Vinegia”. Lettera del 1528 e già fuori luogo, le precedenti finiscono nel 1513. E, in quest’ultima c’è questa frase: “…non iscordate di raccomandarvi amichevolmente al Signor Girolamo Savorgnan”.

Se fosse vero quello che hanno scritto i fautori della storia di Luigi e Lucina, essendo stato, il grande Girolamo tutore di Lucina Savorgnan (perché figlia di suo fratello Giacomo, defunto) e della sua dote, dovrebbe essere stato lui a negare quel matrimonio di Lucina con Luigi, non vi pare? E, se ciò fosse vero, credo che i rapporti tra Luigi e Girolamo non fossero così cordiali come si dimostra sopra.

“Il giusto fiorirà come la palma!”

Da Porto ci ha lasciato solo tre lavori letterari, “La Historia…” (Giulietta e Romeo), le “Lettere storiche” e le “Rime” sembrano tre opere ad incastro interno, uno sull’altro, come una Matrioska.

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